L’uomo contro i virus – Il virus – Rubrica a cura del Dott. Antonio Santoro (Specialista in anestesia e rianimazione cardiologica)

Il micidiale virus dell’AIDS è, paradossalmente, un microrganismo fragilissimo: all’esterno del corpo umano muore dopo 15 minuti, a differenza di altri virus, come per esempio quello dell’epatite virale, che può sopravvivere per molti giorni su siringhe usate e strumenti che entrano in contatto con il sangue. Perciò l’HIV può essere trasmesso esclusivamente nel passaggio diretto da una persona all’altra, e basta: non attraverso rapporti sociali generici, né tramite stoviglie, wc, zanzare, starnuti.
Non solo: nel corpo umano il virus riesce a sopravvivere rifugiandosi in solo pochissimi tipi di cellule, di cui parlerò in seguito, mentre lascia praticamente indenni tutte le altre. In breve, i vincoli del contagio sono il sangue e il sesso: il trasporto di quantità anche minime nel sangue che contiene i globuli bianchi, vettori del virus, per essere davvero infettante deve avvenire in brevissimo tempo, come accade tipicamente nello scambio di una siringa fra tossicodipendenti che si bucano insieme; o per medici e infermieri, se si feriscono con bisturi o aghi appena usati per pazienti già infetti.
Osservando questi casi per anni, però, abbiamo constatato che solo in minima parte, nei casi di ferite accidentali del personale sanitario, vi è stato un reale contagio, grazie all’aggressività relativamente modesta del virus.
Ridimensioniamo il mito metropolitano delle siringhe che i tossicodipendenti abbandonano nei giardini pubblici frequentati anche dai bambini: se non state appena usate il loro potere infettante per l’HIV è praticamente zero, mentre invece resta il pericolo dell’epatite.
Altri potenziali veicoli della trasmissione ematica sono: lamette da barba, strumenti odontoiatrici, attrezzature per agopuntura, tatuaggi, foratura delle orecchie, tutti strumenti che devono essere monouso o sterilizzati con cura.
Appartiene al passato il rischio legato alla trasfusioni ematiche: fino al 1987 sangue ed emoderivati non erano controllati perché il test dell’HIV non esisteva ancora, ma nel 1988 il test è stato reso obbligatorio su tutte le unità di sangue e allora il rischio è precipitato a meno di 1/200000: come dire irreale.
Alcune strutture dell’apparato sessuale, sia quello maschile sia quello femminile, come le cellule dentritiche della mucosa del collo dell’utero, lo sperma e le secrezioni vaginali, sono un habitat ottimale per il virus dell’AIDS, che qui raggiunge concentrazioni fino a 10 volte maggiore che nel sangue: questo sviluppo preferenziale spiega la pericolosità del rapporto sessuale o meglio genitale, poiché la pelle protegge, le mucose no.
Quindi i contatti interpersonali più generici non sono pericolosi.
In realtà anche le mucose dei genitali sono una barriera un po’ più affidabile di quanto comunemente si crede: nel rapporto completo con un individuo portatore dell’HIV il rischio di infettarsi è inferiore ad 1/200. Comprensibilmente, questo dato non è mai stato molto pubblicizzato per evitare il dilagare di comportamenti sessuali irresponsabili soprattutto fra i giovani, dato che un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe avere conseguenze letali.
Invece è esatta l’opinione che il rapporto omosessuale è più rischioso di quello eterosessuale, semplicemente perché la mucosa che riveste l’intestino retto è più fragile di quella vaginale: e per la funzione deputata all’assorbimento di sostanze e perché più facilmente si possono produrre microtraumi e sanguinamenti, con conseguente passaggio di particelle virali da un individuo all’altro.
Come criterio di massa biologica e quindi di carica infettante, è chiaro che alcuni ml di sperma prodotto nell’organismo contengono molti più virus di una limitata secrezione vaginale; ergo, nel medesimo rapporto la donna rischia molto più dell’uomo, avendo essa stessa una conformazione genitale più ricettiva e complessa e quindi più vulnerabile.
Ancora a proposito delle donne: il flusso mestruale aumenta notevolmente il rischio nel rapporto sia per lui, che entra in contatto con una rilevante massa ematica, sia per lei che si trova in una situazione molto più vulnerabile, come nessuna protezione è garantita dai contraccettivi: diaframma e spirale e, tanto meno, lavande vaginali e prodotti per l’igiene intima, del tutto inadeguati contro il virus dell’HIV.
Ulteriore fattore di rischio: la concomitanza di altre malattie che comportino lesioni locali genitali. Le ulcere sifilitiche, l’herpes, i condilomi acuminati, sono altrettanto porte spalancate attraverso cui il virus irrompe da un partner all’altro.  Il rapporto orogenitale è considerato un po’ meno rischioso, mentre attraverso il petting e contatti generici il virus non passa affatto; tanto per intenderci a tutt’oggi non è mai stato denunciato un caso di contagio dovuto con certezza al bacio, anche prolungato.  Nessuno interesse hanno le altre secrezioni: saliva, sudore, lacrime, feci e urine. Il virus di solito non è presente.  Contro ogni previsione, le prostitute tradizionali rappresentano un pericolo limitato, grazie al sistematico uso del profilattico. Tuttavia forse il 12% di loro è infetto.
Meno raccomandabile è da frequentazione di extracomunitarie e soprattutto transessuali, fra cui la percentuale sale al 40%. Infine, malgrado sia una sfida al buon senso, in Italia ogni anno circa 600 donne sieropositive partoriscono: è un vero, disgraziato, record europeo. Di fatto, l’80% dei nati da madri sieropositive risulta indenne, mentre il restante 20%, circa 120 neonati l’anno contrae l’AIDS; entro 2-3 anni oltre la metà dei bambini infetti muore. E finora quasi tre milioni di bambini nel mondo sono stati infettati. Una recente acquisizione terapeutica è l’utilizzo di una energica copertura con farmaci antiretrovirali, negli ultimi 3 mesi di gravidanza e nelle prime 6 settimane di vita del neonato. Questa profilassi può orientativamente ridurre ad 1/3 il numero di bambini infettati. Una curiosità: il termine retrolentivirus ovvero lentivirus è legato alla lentezza della degenerazione patologica; il virus impiega fino a 10-12 anni dal momento della penetrazione nella cellula per sviluppare la malattia.
Ciò può passare del tutto inosservato, poiché la sintomatologia è correlabile ad una banale indisposizione organica. L’astenia, la febbricola serale, mialgie transitorie, tipiche delle fasi iniziali dell’insediamento virale sono accomunabili all’influenza per esempio o ad una semplice intossicazione alimentare. Come per qualsiasi altra infezione il sistema immunitario reagisce producendo anticorpi (i famosi guerrieri del corpo umano), specifici per l’aggressione in questione. Perché questo accada occorrono circa 3 mesi, durante i quali il paziente risulta negativo ai test di laboratorio, che si basano sull’identificazione nel siero di questi anticorpi contro il virus. E’ il periodo detto "finestra". Quando finalmente inizierà la produzione dei nuovi anticorpi, il test HIV sarà positivo, consentirà la diagnosi, ma soprattutto distruggerà quasi completamente l’HIV. Quasi poiché il virus è camaleontico, si adatta con il suo polimorfismo, seleziona quasi sempre un ceppo virale che resiste al contraccolpo degli anticorpi che sopravvive e si moltiplica inesorabilmente. Il test HIV in questo periodo identifica non il virus, ma la presenza nel sangue degli anticorpi contro di esso: rivela cioè che il paziente è sieropositivo, ovvero in incubazione. E’ anche possibile identificare direttamente il virus, ma si tratta di esami di laboratorio molto più complessi e costosi. Nel contempo, mentre le incubazioni di altre malattie infettive hanno una durata breve (per esempio : morbillo 10 gg; rosolia 3 settimane), la peculiarità dell’AIDS è che l’intervallo fra l’infezione e le manifestazioni cliniche è lunghissimo, e soprattutto estremamente variabile fra 2 e 15 anni. In questa fase, in cui, il paziente sieropositivo è identificato come portatore dell’infezione,esso stesso è ovviamente contagioso per gli altri attraverso contatti sessuali o ematici, ma esteriormente appare del tutto normale; insomma il paziente conduce una vita di relazione apparentemente normale mentre il virus, antagonizzato dagli anticorpi, si rifugia nei linfonodi: vero e proprio santuario elettivo, da dove non può essere eradicato. Il virus inizia una guerra segreta con il sistema immunitario stesso, ossia con i linfonodi ospiti, (è un po’ come un nemico in casa) e pur manifestando il paziente un tranquillo benessere, nel suo organismo è in atto una guerra devastante che vede ogni giorno la distruzione di 10 miliardi di virus e di 1 miliardo di linfociti. Questo duello prosegue per l’intero periodo della sieroposività, fino a quando il sistema di difesa immunitario,, accusa una certa stanchezza e comincia la defaillance. E’ in questa fase, che il virus riprende il sopravvento e il paziente diventa facile preda di ogni sorta di infezione, la più banale. Il quadro clinico che ne consegue è quanto mai variabile, poiché la sommatoria dei sintomi di tutte le infezioni e di alcune forme di cancro (ne cito solo per definizione accademica: emopatie, linfomi, sarcoma di Kaposi) portano inevitabilmente a morte il paziente, salvo terapie. La regola è: il contagio non perdona, e dopo l’infezione ogni sieropositivo presto o tardi si ammala e ogni ammalato muore. Ma mister Stephen Crohn ha disubbidito.  Malgrado una esuberante vita sessuale negli ambienti gay di New York, è ancora sieronegativo, ed anche i suoi linfociti sembrano godere ottima salute. E’ improbabile che ciò sia dovuto ad un tipo virale più fiacco degli altri: i numerosi partners di Stephen sono deceduti uno dopo l’altro.  E allora proprio lui deve essere dotato di un fattore X che lo protegge. Anche in Italia sono stati individuati un paio di individui che, contro ogni previsione, attraversano situazioni ad altissimo rischio restando indenni. Gli anglosassoni li hanno denominati "Long term survivers" e ovviamente sono considerati la punta di diamante della riscossa contro l’AIDS. Lapalissiano che l’obiettivo prioritario sia scoprire il fattore che li rende immuni.

 

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