Rifiuti, un ‘carico’ di incognite – Chi doveva controllare il giusto impiego dei fondi? De Angelis: ‘I comuni sono siano vigilanti’

Rifiuti: tante, troppe incognite riemerse ieri a Palazzo Gramsci e coincise, involontariamente, con l’inchiesta della Procura della Repubblica di Frosinone sul caso Saf. Nel caso giudiziario l’accusa è quella di truffa aggravata ai danni dello Stato e falso in bilancio: sarebbero questi i reati contestati ai a quattordici persone tra cui il presidente i direttori tecnico e amministrativo della Saf insieme ad altri personaggi facenti parte a diverso titolo (direttamente o indirettamente) della società. Da accertare la gestione dei milioni di finanziamento per la messa in sicurezza e l’adeguamento della struttura.
Sotto il profilo politico, invece, la funzionalità o meno dell’impianto di Colfelice, così come illustrato ieri dall’assessore all’ambiente Fabio De Angelis nel corso di una conferenza sul ciclo dei rifiuti in Provincia. Ma le due vicende, pur separate, sono destinate a trovare dei punti di incontro. Tonnellate e tonnellate di immondizia che varcano i cancelli della Saf con un preciso obiettivo: diventare Cdr diretto al termovalorizzatore di San Vittore, compost (fertilizzante da rifiuti) dalla materia organica e solo il resto andrebbe dirottato in discarica. Ma la piramide risulta ancora rovesciata. La Saf produce solo un 29,96 per cento di combustibile da rifiuti. Il resto prende la via della discarica. Questo perché, secondo la linea sempre evidenziata dalla società, l’ampliamento degli impianti non è stato ancora ultimato. Dunque, tempo al tempo. Ma è su questo che, spenti i riflettori dell’amministrazione provinciale che ieri ha aperto le porte all’informazione, si accendono quelli della magistratura. La recente inchiesta sembrerebbe mirata proprio a verificare l’utilizzo dei finanziamenti regionali utilizzati per ampliare l’impianto di Colfelice. Un anno di indagini culminano con i sequestri di mercoledì mattinata quando la Guardia di Finanza di Frosinone ha preso possesso di numerosi faldoni contenenti per lo più, i progetti che la Saf ha presentato all’Amministrazione provinciale e regionale, relativi sempre e soltanto all’ampliamento della struttura. Progetto generale e annessa valutazione dell’impatto ambientale. Nulla più. Il nocciolo infatti sembra ricadere esclusivamente sull’impiego dei finanziamenti. Qual è la cifra sotto la lente investigativa? Quanti sono i soldi che la Regione Lazio ha concesso alla Saf? I primi finanziamenti arrivarono nel 2005, si tratta di 2,5 milioni di euro sborsati per oneri accessori alla costruzione. Tutto risalirebbe a qualche tempo prima e sarebbe relativo alla costruzione dell’impianto. L’impresa avanzando delle riserve presentava un “conto” esoso per i 91 comuni che partecipano con la stessa percentuale alla società. Ne è seguito un lodo arbitrale che ha portato a pattuire la cifra dei 2 milioni e mezzo di euro, versati dalla Regione. Ma la fetta più grossa arriva nel 2006 quando la Pisana approva un finanziamento straordinario: è la legge numero 4 del 2006, articolo 42 che concede fondi per la ristrutturazione dell’impianto. Parliamo di 12 milioni di euro anche se solo 11,4 sono quelli finiti “temporaneamente” nelle casse dell’ente provinciale. L’amministrazione di piazza Gramsci, infatti, ha ricevuto – solo di passaggio – dalla tesoreria regionale l’ammontare del finanziamento dirottato immediatamente alla Società Ambiente Frosinone. La Provincia, secondo il comma 2 della stessa legge, ha l’obbligo di presentare idonea documentazione a giustificazione delle finalità dell’erogazione del fondo. Nulla più. Il controllo, insomma, sembrerebbe relativo soltanto al carattere amministrativo della vicenda.
Ecco perché l’aria che si respira all’interno dell’ente è serena. E ieri nel corso della conferenza stampa dell’assessore all’ambiente Fabio De Angelis si è ribadito: «La Provincia ha solo funzioni di coordinamento». Quindi chi è deputato al controllo? Se c’è una irregolarità nell’impiego dei fondi da chi viene verificata? «La società è a partecipazione pubblica e a totale capitale pubblico». Dunque, l’occhio e l’orecchio della Provincia non possono varcare – con un controllo diretto – il perimetro della Saf? I soci della società sono i 91 Comuni, più uno: la Provincia, appunto. Ognuno risponde per una percentuale di poco superiore all’un per cento. Eppure Fabio De Angelis assieme al dirigente del settore ambiente e alla polizia provinciale ha fatto “irruzione” nello stabilimento. Una quindicina di giorni fa si è recato davanti alla Saf per verificare di persona la situazione interna. Impossibile entrare. Le definisce «vicende di folklore all’ingresso» ma in realtà è lui stesso a rivelarle che ad un certo punto è stato necessario chiamare i Carabinieri. Dopo una lunga discussione ai cancelli si sono aperti. Risultato? «Abbiamo visitato l’impianto e non siamo stati così soddisfatti di quello che abbiamo trovato, le strutture non sono moderne così come ce le aspettavamo».
Dati sul combustibile da rifiuti.
Così, sempre nel corso della conferenza di ieri, l’assessore ha aperto il “file” relativo al Cdr. «I dati non sono confortanti. I primi lotti dell’ampliamento sono stati realizzati ma la produzione di Cdr è ancora bassa. Ne dovrebbe produrre il 53,3 per cento e invece si arriva a meno del 30 per cento. Il ricorso a discarica dovrebbe essere marginale e invece è il contrario. Sono stati investiti 15 milioni di euro ma quello che emerge è che il risultato non risulta sufficiente. Si deve intervenire altrimenti anche lo sforzo dei comuni sarebbe vano».
Raccolta differenziata “fantasma”
Per ammorbidire le spese in materia di rsu dovrebbe funzionare, in un certo modo, la raccolta differenziata. Solo pochi comuni della Provincia riescono a produrre risultati convincenti che però, paragonati all’intero territorio, svaniscono. E soprattutto che succede quando questi rifiuti “differenziati”, seppur pochi, entrano nella Saf? L’assessore De Angelis ha dapprima indugiato per poi confermare: è possibile che l’intero “prodotto” venga assimilato a tutto il resto. «L’impianto di Colfelice è il terminale di una filiera complessa – ha continuato De Angelis – se non funziona come dovrebbe tutto lo sforzo risulta vano, diventa una beffa».
 

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