Rogo doloso – La testimone riconosce l’automobile

E’ bastato vedere l’auto, un’Alfa 147, e il fumo per essere sicuri che un cinquantasettenne di Santopadre si fosse reso responsabile del reato di incendio doloso. Un capo di imputazione pesantissimo, almeno secondo il codice penale che prevede da un minimo di tre ad un massimo di sette anni di reclusione. Si tratta di fatti che si sono verificati il 28 agosto del 2012 poco dopo le 13 e per le quali il cinquantottenne, difeso dagli avvocati Antonio Di Sotto e Tania Rea, è imputato in un processo penale in corso davanti al giudice monocratico del tribunale di Cassino, Massimo Lo Mastro. Eppure già nel corso della prima udienza sono venute fuori una serie di incongruenze, proprio a seguito dell’audizione delle parti offese. Una delle due donne che hanno la propria abitazione nei pressi del punto in cui l’uomo avrebbe appiccato il fuoco, ha raccontato in udienza di non aver potuto vedere chi appiccasse l’incendio, per quanto si è detta certa di aver visto un’Alfa Romeo azzurra che andava via a grande velocità da quel punto. Nonostante la relazione dei vigili del fuoco abbia riportato un incendio di sterpaglie, la presunta parte offesa ha dichiarato che quel rogo ha bruciato ben sette alberi del suo uliveto. La testimone ha raccontato che tra l’imputato e suo padre c’era grande amicizia, almeno fino a quando l’imputato aveva deciso di posizionare un cannone nel campo di granturco a poche centinaia di metri dalla casa paterna della donna. Un mortaio con il quale pare esplodesse sistematicamente colpi per allontanare gli uccelli. Ha parlato di “dispetti” la teste da parte del cinquantottenne nei confronti della sua famiglia. Resta, però, il dubbio che quei “dispetti” non fossero da entrambi le parti.

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