ARCE – Morte di Tuzi. Un’indagine che presenta troppi lati oscuri

Dieci minuti di mistero
Suicidio Tuzi: I punti oscuri emersi nella controinchiesta del pool difensivo della figlia di Santino. Gli spari che nessuno ha sentito e quell’uomo mandato in avanscoperta dai carabinieri

IL GIALLO – Un giallo nel giallo scomposto in infiniti tasselli che mai nessuno, prima d’ora, aveva pensato di analizzare e considerare come parte di un unico puzzle. Quello che lega in maniera inestricabile l’omicidio Mollicone e il suicidio del brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi. Suicidio sul quale vennero svolte indagini sommarie e sbrigative, senza prestare la minima attenzione a stranezze e contraddizioni che pure abbondavano.

La controinchiesta
Ma il tempo, qualche volta, non scorre invano e a sei anni di distanza la storia del suicidio di Tuzi, può essere raccontata in maniera diversa. Il merito è della controinchiesta condotta dall’avvocato Rosangela Coluzzi, che assiste la figlia del carabiniere, Maria Tuzi, e dalla criminologa Sara Cordella. Un lavoro che entro questa primavera porterà alla presentazione di una richiesta di riapertura delle indagini. I risultati della controinchiesta sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa che si è svolta lo scorso 18 dicembre. Tantissimi i punti oscuri. Quello che segue è il racconto di alcuni di questi.

Gli ultimi dieci minuti
Il mistero Tuzi può essere analizzato da diverse prospettive ed ognuna di queste mette di fronte ad una infinità di domande, per il momento, senza risposte.
Si prendano ad esempio gli ultimi dieci minuti di vita del brigadiere in quel tragico 11 aprile 2008. Tuzi, dopo essersi incontrato con l’ex amante intorno alle 12.30, si dirige verso il luogo in cui si toglierà la vita. E’ la donna ad avvertire i carabinieri che il loro collega sta andando verso una non meglio precisata diga Enel. I carabinieri scrivono di ricevere la chiamata intorno alle 12.55. Il caso vuole che i militari dell’Arma si trovino nei pressi della diga giusta, quella in località Campo Stefano, nel Comune di Arce. Alle 13.05 sono già lì vicino.

Nessuno sente nulla
Il suicidio sarebbe avvenuto in quel frangente di dieci minuti. Tuzi, prima di uccidersi, avrebbe chiamato l’ex amante: «Addio» e poi il colpo di pistola che la donna dice di aver udito. Nella vallata l’eco dell’esplosione si sarebbe dovuta sentire. I carabinieri, che stanno lì vicino, però non sentono nulla. Non sentono nulla gli operai dell’Enel che stanno lavorando nella vicina diga. Non sente alcun sparo nemmeno l’uomo che abita nei pressi della diga. Il residente, anzi, dichiara che in mattinata aveva sentito un adirivieni di auto che lui attribuisce al rilascio di trote nel fiume. Le auto sì, un colpo di pistola no? Ma il residente diventa protagonista di un’altra singolare circostanza.

Una strana richiesta
L’uomo viene contattato dai carabinieri, i quali, restando appostati lì vicino dietro un capanno in lamiera (perché?), gli chiedono di andare a vedere cosa è successo e di accertare la presenza di Tuzi che peraltro conosceva bene. Peccato che gli stessi carabinieri nella relazione di servizio scrivono che erano stati «consigliati» (da chi?) ad avvicinarsi «con estrema cautela». I carabinieri sanno che Tuzi è armato, sanno che vuole ammazzarsi, non possono sapere se il colpo udito telefonicamente dall’ex amante lo ha ucciso, eppure, irritualmente, mandano in perlustrazioni un civile. I carabinieri scrivono nella relazione di servizio che il loro conoscente riferisce che ci sono due uomini (gli operai dell’Enel che poi scopriranno il cadavere) che «si agitavano e facevano riferimento a macchie di sangue». Quindi i carabinieri, prosegue la nota di servizio, «rompendo ogni indugio» decidono di percorrere «poche decine di metri» e raggiungono il posto. Stavano lì ma invece d’intervenire parlavano al telefono? E perché il residente nelle sue dichiarazioni non fa riferimento alla chiamata dei carabinieri?

«Normale. Anzi anomalo»
Le versioni contrastanti sul comportamento del brigadiere di Arce
Serena_SantinoIL DETTAGLIO – Le cose cominciano a non tornare sin dall’inizio, dalla ricostruzione di quanto accade nelle ore che precedono la tragedia dell’11 aprile de 2008 con la scoperta del cadavere di Santino Tuzi vicino alla diga di Arce. Intorno alle undici di mattina, scrivono i carabinieri nella relazione di servizio, il brigadiere si reca in caserma per ritirare bandoliera e buffetteria perché il giorno dopo avrebbe dovuto prestare servizio presso i seggi elettorali ad Alvito. Nella stessa nota, i militari dell’Arma scrivono che questo «comportamento era apparso del tutto normale». Succede però un fatto strano che finora non ha trovato spiegazione. Nella richiesta di archiviazione, infatti, la versione cambia e a detta dei carabinieri il comportamento del brigadiere, al contrario, sarebbe stato «anomalo». Si tratta di un particolare importante, dirimente, e il motivo è facilmente comprensibile: il «comportamento anomalo», che nella prima versione della relazione di servizio era «del tutto normale», va ad accreditare l’ipotesi del suicidio. Improbabile che si sia trattato di un refuso. Resta quindi la domanda: in base a quale atti il pubblico ministero, nella richiesta di archiviazione, descrive in senso opposto questo dettaglio? In base a quanto e come viene descritto, sembra trattasi sempre di una nota dei carabinieri anche se agli atti non risulta essere stata prodotta una seconda informativa. E quindi, allora, perché il senso della ricostruzione è stato capovolto?
P.P.

Tre giorni prima la deposizione in Procura
Le rivelazioni che hanno consentito di aprire un nuovo filone d’indagine
SerenaMollicone600L’ANTEFATTO – Il suicidio di Santino Tuzi ha un antefatto che poi quello su cui si fonda gran parte del mistero. Tre giorni prima di togliersi la vita, il brigadiere viene ascoltato in Procura. Le sue dichiarazioni daranno un nuovo e inaspettato sviluppo alle indagini.
Tuzi infatti riferisce che Serena Mollicone alle 11 (del giorno in cui poi la giovane scomparirà) si presenta alla caserma dei carabinieri di Arce e chiede di poter raggiungere le abitazioni private. Santino citofona all’abitazione del maresciallo Mottola – il brigadiere non precisa se a rispondere sia stato il padre o il figlio – ottenendo l’ordine di lasciar passare la ragazza. Qualche giorno dopo quella prima deposizione Tuzi doveva essere ascoltato. Appuntamento al quale non è mai arrivato.
Il suicidio Tuzi viene inizialmente ritenuto connesso al delitto Mollicone. Il fascicolo viene aperto con l’ipotesi di omicidio. Successivamente la Procura decide di derubricarlo  istigazione al suicidio e quindi di chiuderlo, circa un anno dopo, come un suicidio di amore. Ipotesi sulla quale, stando a quanto emerso dalla controinchiesta svolta dal pool difensivo di Maria Tuzi, si addensano numerose ombre.
All’ipotesi del suicidio non ha mai creduto nemmeno l’ex amante, seppure quest’ultima non possa essere ritenuta un testimone pienamente attendibile (è stata indagata per falsa testimonianza nel procedimento penale sull’omicidio di Serena Mollicone). Comunque la donna ha dichiarato: «Un uomo che fa un tipo di lavoro ha la testa sulle spalle. Amava la sua famiglia, teneva moltissimo alla figlia. Non penso si suicidava per amore. No lo escludo proprio. Se si doveva sparare per amore si sarebbe sparato prima. Ci siamo lasciati diverse volte».
P.P-

Archiviazione definitiva? Un’attesa infinita
Guglielmo-intervistatoL’ANALISI – La decisone del giudice Lanna sull’opposizione dell’archiviazione per il caso Mollicone è stata attesa per l’intera giornata di ieri. In molti fin dalla mattina, fuori e dentro le aule del tribunale di Cassino, pronosticavano sull’esito di una decisione affatto facile. Che, per tutti, sarebbe dovuta arrivare non più tardi delle 19.
E invece, nonostante le aspettative, la comunicazione all’avvocato della famiglia Mollicone, Dario De Santis, e a tutti gli avvocati dei sei indagati fino a tarda sera non è arrivata.
Non è da escludersi, però, che proprio in questi minuti non sia stata resa nota, cambiando radicalmente ogni considerazione.
L’udienza davanti al giudice Angelo Valerio Lanna del tribunale di Cassino ha avuto luogo lo scorso 7 gennaio, poco dopo le 15: tre ore di intensa discussione a porte chiuse per dimostrare i motivi dell’opposizione alla richiesta d’archiviazione di un caso tutt’altro che risolto a quasi 15 anni dai terribili fatti. Da quando, cioè, la studentessa di Arce il 3 giugno del 2001 venne trovata senza vita nel boschetto di Fonte Cupa, in zona Anitrella, con mani e piedi legati e una busta di plastica in testa.
Due le richieste di archiviazione avanzate dalla Procura di Cassino: una per i sei indagati scagionati dall’esame del Dna. E una seconda, quella contro ignoti, più recente, avanzata a cavallo dell’estate 2015 dal procuratore facente funzioni di Cassino, il dottor Paolo Auriemma.
L’accoglimento delle opposizioni all’archiviazione del caso continua a rappresentare per la difesa di papà Guglielmo e di suo fratello Antonio «un esigenza di giustizia». E nonostante la famiglia di Serena si sia rimessa rispettosamente a quella che sarà la decisione del giudice, la speranza resta accesa. “Spes ultima dea” dicevano i latini, ma in questo caso non è certo da intendersi nell’accezione di una speranza consolatoria. Le indagini potrebbero ripartire e potrebbero farlo proprio dalle indicazioni e sugli elementi offerti dall’avvocato De Santis e dal pool di esperti. Non ultimo il generale del Ris di Parma Garofano.
Forte, ovviamente, l’attesa anche per gli avvocati dei sei indagati che, pur mantenendo ferrea la linea difensiva, si sono uniti alla richiesta di giustizia per Serena.

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