ARCE – Lacrime e applausi per il rientro di Serena

ARCE – Hanno posato le loro mani e i loro cuori sul feretro, insieme a mazzi di fiori e preghiere, per farle sentire il loro affetto. E per sostenere papà Guglielmo. C’era tutta la comunità di Arce ad attendere ieri pomeriggio l’arrivo del corpo di Serena Mollicone dal Labanof di Milano, dove era stata trasferita ventuno mesi fa. Tutti pronti ad accogliere quella figlia, quella sorella e quell’amica morta troppo presto.
Un’intera comunità ha atteso e pianto con papà Guglielmo, quel padre coraggio che ha sfidato persino le istituzioni per dare giustizia a sua figlia, pur non perdendo mai la fiducia nell’Arma. Quel viaggio verso il Labanof per consentire alla professoressa Cattaneo di ascoltare il suo corpo e trovare finalmente giustizia. Per dimostrare quello che da 16 anni sosteneva con forza, con gli occhi già aperti sulla strada da seguire.
La comunità di Arce ha atteso l’arrivo di Serena in silenzio, come si attende il ritorno di un figlio lontano. Nonostante il ritardo, legato a un incidente registrato ad Orte che ha fatto slittare l’arrivo del carro funebre, nessuno ha abbandonato lo slargo antistante la madonnina di Lourdes. C’erano proprio tutti accanto a Guglielmo e alla sua famiglia. C’era la figlia di Santino Tuzi, emozionata per il  rientro di Serena e decisa, ora più che mai ad andare fino in fondo per sapere cosa sia accaduto a suo padre. Persino a valutare l’ipotesi di chiedere di riesumare il corpo di suo padre, il brigadiere che per primo indicò la presenza di Serena in caserma prima di essere trovato senza vita nella sua Marea nel 2008. C’era Carmine Belli, vittima di una giustizia che non gli ha tolto di certo la speranza: diciotto mesi di carcere, in isolamento, da innocente: «In carcere mi è mancata la mia famiglia e mi ha segnato. Vedere la salma di Serena tornare a casa è davvero importante». Quando il carro funebre è arrivato, intorno alle 17, l’attesa si è sciolta in lacrime e applausi. Davanti al corteo, che ha attraversato corso Umberto I, una corona di fiori della banda musicale di Arce con il clarinetto suonato da Serena. Dietro il paese, in silenzio. Per il suo secondo funerale. Confetti e riso prima dell’ingresso nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, dove il parroco don D’Anastasio ha celebrato la messa, prima di accompagnare Serena al cimitero di Rocca d’Arce. «Credo che nessuno muoia. Credo che l’anima divenga un’ombra e al culmine del suo vagare si adagi ai piedi di un fiore non visto. Quei fiori bianchi di cui sono piene le campagne quando fai ritorno a casa e vorresti che lei esistesse»: gli stessi fiori che hanno adornato la scalinata della chiesa al suo ingresso. Un bentornato speciale, che i giovani di allora – ormai adulti – e i ragazzi di oggi hanno dedicato a Serena prima della celebrazione. Insieme a uno striscione emblematico: «Serena: per non dimenticare». Nessuno ha dimenticato. Nessuno dimentica. Tutti vogliono la verità che ora, dopo gli ultimi sviluppi, sembra sempre più vicina. Cinque indagati, tra cui i sottufficiali Suprano e Quatrale, insieme all’ex comandante Mottola, a sua moglie e a suo figlio. E soprattutto nuovi elementi, nuove prove che il corpo di Serena ha raccontato. Indicando la strada giusta.

Foto Ciociaria Editoriale Oggi

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