ARCE – Belli chiede giustizia per Serena

Il carrozziere di Rocca D’Arce a “Storie Vere” tanti anni dopo il delitto Mollicone: «Non sono un mostro»

Al ritorno della salma la sua presenza non è passata inosservata

L’INTERVENTO – Ha scelto il salotto di “Storie Vere” per parlare. Per farlo sapendo di entrare nelle case e nel cuore degli italiani, a quasi quindici anni della sua ingiusta detenzione per il delitto di Serena Mollicone.
Ora che la procura – grazie alla caparbietà di papà Guglielmo – sembra aver dato un nuovo impulso all’inchiesta aperta sulla morte della studentessa uccisa nel 2001, con l’iscrizione del registro degli indagati – a vario titolo – di altri due sottufficiali dell’Arma allora in servizio ad Arce (Suprano e Quatrale) oltre all’ex comandante Mottola, a suo figlio e a sua moglie, anche la storia di Carmine Belli – il carrozziere di Rocca D’Arce arrestato nel 2003 per la morte di Serena, poi riconosciuto innocente – può essere riletta con un altro respiro, mantenendo sempre fisso un punto immutato: la sua innocenza.
Ieri, dopo tanto, ha rotto il silenzio con evidente commozione. Già la sua presenza durante il ritorno a casa del corpo di Serena il 22 dicembre scorso non era passata inosservata: «Spero solo che abbia giustizia» aveva detto in attesa del rientro della salma dal Labanof. Un concetto ribadito più volte anche ieri mattina, con gli occhi umidi e la consapevolezza di essere una vittima della giustizia.
Sarà per questo che non sembrerebbe poi tanto imponderabile l’ipotesi di procedere per una riparazione per ingiusta detenzione.
Ciò che preme a Belli, però, più di ogni altra cosa è la riabilitazione agli occhi di tutti. Anche di chi in fondo in fondo la malerba del dubbio l’ha coltivata nel cuore, senza dire nulla. «Quello dove vivo è un paese piccolo e so che in tanti hanno sempre creduto alla mia innocenza – ha dichiarato ai microfoni di Eleonora Daniele -. Ora che le indagini hanno preso una direzione ben precisa, spero che anche chi ha avuto un minimo dubbio su di me possa allontanarlo definitivamente. Non sono un mostro».

La ricostruzione
Diciassette mesi in carcere, da innocente. Di quel giorno in cui Belli venne portato via dal posto di lavoro, ricorda tutto: «Dopo una perquisizione in casa, mi dissero che ero in arresto per l’omicidio di Serena: mi si scurì la vista, mi portarono in Questura e la sera a mezzanotte mi condussero a Cassino in carcere. Serviva un capro espiatorio».
Era il 6 febbraio del 2003 quando Belli viene arrestato per omicidio volontario e occultamento di cadavere: a pesare, scrivono dalla procura, «un quadro indiziario gravissimo».
Carmine Belli aveva fornito un alibi falso, ribadiscono nell’ordinanza, dichiarando di aver lavorato quella mattina del 1° giugno in carrozzeria insieme a un suo collaboratore che, invece, ritratterà. Dettagli ed elementi specifici diventeranno per gli inquirenti una prova poi smontata durante i vari gradi di giudizio. A due anni dalla morte di Serena, Belli – sottoposto a interrogatori fiume – verrà arrestato. «Per i primi sei mesi sono stato sorvegliato a vista» racconta ai microfoni di Rai Uno. E aggiunge: «Poi mi dissero che la direttrice mi voleva parlare: mi venne offerto un posto di lavoro in carcere. Dovevo portare il cibo agli altri detenuti». Il processo di primo grado avrà inizio il 14 gennaio 2004, a luglio dello stesso anno la sentenza: Carmine verrà assolto. Poi il 29 settembre del 2005: l’inizio del processo d’appello. A gennaio 2006 ancora un’assoluzione. Ad ottobre 2006 la Cassazione, respingendo tutti i ricorsi, assolve definitivamente il carrozziere.
A quasi dodici anni dall’assoluzione, dopo 18 interrogatori e 17 mesi in cella da innocente, Belli scioglie il silenzio e chiede giustizia per Serena.

Parole di vicinanza a papà Guglielmo
IL RISVOLTO – Una battaglia contro l’omertà. E in nome della verità. Papà Guglielmo non ha dubbi: la verità sulla morte di sua figlia è vicina. Ora che ha potuto dare degna sepoltura alla sua bambina, visto che sedici anni fa durante il funerale venne prelevato in chiesa per apporre una firma in caserma.
«Spero che questa volta ce la faremo» dice Belli a papà Guglielmo, anche lui convinto ora più che mai che la verità sia vicina: l’unico modo per offrirle il riposo eterno, negato per troppo tempo. Nella morte violenta di Serena confluiscono storie parallele ma legate indissolubilmente: quella di Carmine Belli, ingiustamente arrestato, ma anche la strana morte di Tuzi, il brigadiere che per primo parlò della presenza di Serena in caserma, blindando l’ipotesi della sua morte all’interno della Stazione di Arce.

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