L’intervista della Domenica: I ricordi e le speranze di papà Guglielmo – Serena: Dietro il caso Mollicone un legame unico

TRA LE RIGHE – Anche il nome l’aveva scelto lui. In quella sera di pioggia e vento che per poco non gli impediva di portare in ospedale sua moglie, che aveva rotto già le acque. Quando le infermiere lo svegliarono per dirgli che era per la seconda volta padre, la vide. Era una femmina. Era nata Serena. Da quel momento in poi anche lei scelse lui. Sempre: quando da bambina saltava nel lettone e gli toccava i capelli, quando la madre morì troppo presto per poterla accompagnare nella vita.
Quando si parla di Serena Mollicone troppo spesso ci si dimentica di raccontare ciò che Serena era prima di quella violenza inaudita che, purtroppo, l’ha fatta conoscere al mondo. Di raccontare come la sua vita di bimba e poi di adolescente fosse indissolubilmente legata a quella del padre, sua guida e spalla in ogni cosa. Suo interlocutore privilegiato, anche quando lei gli raccontava del mondo della droga ad Arce, delle cose brutte che vedeva, della sua voglia di cambiare il mondo.

Guglielmo, quando hai capito che la morte di Serena era legata al mondo della droga?
«L’ho capito poco dopo la sua morte, ricollegando tutto ciò che era accaduto a quello che mia figlia mi aveva raccontato durante il pranzo. Mi aveva detto di essere stata fermata da Mottola ed essere redarguita in piazza, dopo che lei aveva “affrontato” il figlio per questioni legate alla droga. Lei disse che lo avrebbe denunciato. Pensai di poter approfondire con lei la questione. Mai a immaginare ciò che sarebbe accaduto dopo. Ricordiamo che Arce, in quel periodo, era al terzo posto per droga, dopo Roma e Napoli. Primo in Europa per tossicodipendenti, dai dati della prefettura».

Perché tanto timore?
«Il maresciallo, il prete e il sindaco sono da sempre le figure più importanti del paese. Erano figure verso cui tutti avevano un rispetto reverenziale. Considerate che ad Arce neppure il prete volle proteggere la comunità: invitato da Vespa a “Porta a Porta”, la stessa sera del ritrovamento di Serena nel bosco, parlò della sua morte legata a messe nere e riti satanici. Ciò fece perdere diversi mesi di indagini. E lui non sapeva neppure come mia figlia fosse stata trovata. Non ha fatto alcun appello né si è mai scusato, ben sapendo la verità. Raccolsi 500 firme, poi il vescovo lo trasferì nel 2002».

Che ricordi hai della mattina prima della sua scomparsa?
«L’ho svegliata come la solito intorno alle 6, la dovevo chiamare sempre diverse volte. Mi accorgevo che lei fosse sveglia perché accendeva lo stereo: amava il rock. Quella mattina, però, stranamente non fece storie. Si vestì velocemente e mi raggiunse nella stanza dove c’erano oltre 300 uccellini in grandi voliere: prima di uscire li accudivamo. Amava gli animali nel mio stesso modo, ogni tanto portava a casa cani o gatti. Ricordo benissimo che solo qualche anno prima a San Silvestro usci con sua sorella Consuelo. La mattina di Capodanno mi disse di aver lasciato un trovatello nella casa della zia. Pensavo a un cucciolo. E invece mi trovai davanti un Maremmano enorme, che lei chiamò Belle, e che poi morì un anno dopo la sua scomparsa: poi ne ho salvato uno identico, Stella, che mi riempie d’affetto, insieme a un altro cane (Neve) e a una miriade di gatti. La mattina di quel venerdì in cui Serena scomparve non c’era nulla di strano. Sapevo che doveva fare l’ortopanoramica, che avrebbe battere una tesina al pc della scuola. E immaginavo, poiché le avevo dato qualche soldino – non toccava mai nulla dalla mia attività: lei come Consuelo, anche quando prendevano una rivista, pagavano persino quella- che sarebbe andata al mercato».

Una volta fuori casa, cosa pensi sia accaduto?
«Quella mattina Serena fa l’ortopanoramica in ospedale a Isola del Liri, pensa di andare a scuola ma cambia idea: dall’incontro col destino non sfugge. Si dirige verso la fermata dell’autobus dove, però, si ferma l’auto di Marco Mottola, insieme ad altri due ragazzi. Immagino che Serena abbia continuato le discussioni in auto. Forse in quel momento in lei matura l’idea di andare in caserma. Non era la prima volta che varcava quella soglia: Marco, suo compagno di scuola, organizzava spesso spaghettate tra amici. Intanto si fermano al bar per acquistare sigarette (di certo non per Serena). La vedono discutere davanti al bar. Poi i due ragazzi vanno via. Serena e Marco risalgono in auto. Lui entra nel parcheggio riservato alla caserma, Serena citofona all’entrata ufficiale. Tuzi le apre e scrive nel registro delle presenze il suo nome. Quando lei chiarisce i motivi della sua “visita”, cioè l’intenzione di denunciare Marco, Serena viene fatta salire al piano superiore. Fino alle 14.30 Tuzi dirà che Serena non esce dalla caserma. Non vi uscirà mai viva».

Come hai mantenuto la fede nelle istituzioni?
«Sono stato un insegnante per una vita. Quarant’anni spesi a insegnare a vivere correttamente, credere in chi ci governa criticando quando serve. Non mi sono arreso neanche quando le indagini sembravano essersi arenate: ho sperato nell’arrivo di persone corrette, tra carabinieri ed inquirenti. E sono arrivate. Anche le scuse del procuratore Izzo, per come sono stato trattato durante i funerali di mia figlia e per molto altro, tengono viva la fiducia. Il grande merito del tenente colonnello Imbratta non è solo quello di aver abbracciato il caso come se Serena fosse sua figlia. E’ quello di aver ricostruito tutte le procedure dell’epoca fedelmente, grazie anche al contributo del maresciallo Evangelista, uomo coraggioso che messo in gioco tutto. Senza voler togliere nulla agli altri inquirenti».

Quando ti rendi conto che Serena non c’è a casa?
«Soltanto in serata. Quel giorno pranzo con mio padre, so che Serena non torna perché deve andare dal dentista. Vado al cimitero, per fare visita a mia moglie, quindi a vedere la corsa del Giro d’Italia. Poi vado al negozio. Intanto, però, mi arrivano un paio di telefonate dal fidanzato di Serena, Michele, inizio ad allarmarmi ma Serena non era solito chiamare in continuazione e pio penso che il cellulare è fermo da giorni. Resto al negozio a chiacchierare con la fotografa. Quando vado a casa, però, inizio a temere: alle 21.30 chiamo amici e familiari. Vado in caserma dove trovo Mottola in borghese, nonostante (ma allora non lo sapevo) la caserma fosse chiusa dopo un certo orario. Prima ancora di citofonare lui mi apre: gli racconto tutto. Intorno a mezzanotte, mentre ero in auto coi miei familiari, mi chiama. Dice di voler prendere alcune cose. Prende agende e altri effetti personali, compreso il cellulare, che era sul divano. Già il venerdì notte pensavo al peggio: lei non si sarebbe mai allontanata. Tutto quello che faceva lo sapevo: l’ho cresciuta da solo da quando aveva sei anni. La domenica mattina resto a casa, pensando che se avesse chiamato avrebbe trovato qualcuno. A mezzogiorno esco, incontro mia cognata con gli occhi lucidi che mi dice che erano tutti all’Anitrella dove vengo accompagnato da un amico. Ho visto un capannello di gente, poi ho capito dallo sguardo del mio amico. Mi hanno vietato di vederla. Poi la conferma me l’ha data un maresciallo di Cassino e mi hanno riaccompagnato a casa: Serena è stata fatta riconoscere da un mio parente, che stranamente lo ha fatto nonostante lei avesse una busta in testa».

In tutti questi anni hai avuto paura?
«Una volta sola. La notte prima dell’estumulazione: se qualcuno l’avesse portata via prima di poter conoscere la verità grazie alle nuove analisi scientifiche, sarebbe stato tutto perduto. Per questo la mia compagna e io abbiamo vegliato alle porte del cimitero per tutta la notte, con il sostegno dell’Arma, fino all’alba».

Serena Mollicone e Santino Tuzi

Perché Tuzi, che ha blindato la morte di Serena in caserma, ci mette sette anni a raccontare la verità?
«Credo che Santino Tuzi sia stato minacciato e rassicurato, minacciato e rassicurato in continuazione. A ricostruire tutto, da qual primo giugno del 2001, è stato poi il maresciallo Evangelista che mette insieme i tasselli, comprese le tante incongruenze come la presenza dello stesso carabiniere alla stessa ora in tre parti di Arce, proprio nel giorno della scomparsa di mia figlia».

Che figlia era Serena?
«Era intelligente, sveglia e dolce. Parlava in continuazione. Un carattere forte e riservato allo stesso tempo. Quando la rimproveravo per qualcosa mi diceva: è inutile che mi rimproveri, sono come te! Ed era vero. La mia passione per gli animali la vedevo in lei. Quando la sorella partì per andare a insegnare al Nord è diventata anche una cuoca provetta, come era sua madre. Il nostro era un rapporto speciale. Lei sognava di fare o la veterinaria o la giornalista, me lo ripeteva sempre. Se mai dovessi avere un risarcimento, lo userò per costruire un rifugio per animali. Lo farò per lei».

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