DELITTO DI ARCE – “La mia vita distrutta dai sospetti”

ARCE – Come ci si sente ad essere il sospettato numero uno di un caso come quello del delitto Mollicone? Come ci si sente a sedersi davanti agli inquirenti per centinaia di volte e ripetere la medesima versione dei fatti senza sbagliare? «Come uno che sta dicendo la verità» risponde.
E’ stato lo stesso parente della famiglia Mollicone, che negli ultimi giorni è stato additato da alcuni organi di informazione a livello nazionale come un possibile corresponsabile nell’occultamento del corpo di Serena, a rompere il silenzio e dire basta. «Visto che si fanno continuamente riferimenti alla mia persona, chi mi ritiene in qualche modo coinvolto faccia il mio nome e cognome, così potrò pubblicamente rispondergli. Anche nelle sedi opportune» chiarisce subito l’uomo, accanto al suo legale, l’avvocato Roberto Molle. Preferisce restare nell’anonimato poiché mai indagato per il delitto di Serena, benché attenzionato dagli inquirenti per 17 lunghi anni.

E’ stato mai indagato per il delitto Mollicone?
«Mai. Sono stato sentito. Credo 300 volte, ho risposto a tutti i Pm che mi hanno voluto ascoltare. Sono stato sottoposto a intercettazioni telefoniche, hanno passato al luminol i mezzi e la casa e mi sono sottoposto al prelievo del dna: non è stato tralasciato alcun dettaglio che mi abbia riguardato. Da tutta questa brutta storia ho soltanto avuto problemi che hanno riguardato la mia vita privata e lavorativa. Prima del 2001 ero un imprenditore edile, poi ho dovuto chiudere la mia attività: hanno interrogato tutti quelli che conoscevo, compresi i miei datori di lavoro da cui ottenevo i subappalti che poi non ho avuto più. Anche il mio matrimonio è fallito. La mia vita è da 17 anni ostaggio del sospetto».

I nuovi accertamenti, però, l’anno coinvolta ancora. Perché?
«Sì, sono stato ascoltato ancora e ancora una volta ho ricostruito tutto: i rapporti col maresciallo Mottola, con le polacche, la mia vita privata, le persone che conoscevo, la droga ad Arce, i miei spostamenti. Ho sempre raccontato tutto ai magistrati, con nomi, cognomi e riscontri delle cose fatte. Anche delle mie cose private».

Cosa si sente di dire dopo 17 anni?
«La verità per Serena credo che la vogliano tutti. Voglio, invece, rivolgermi a chi va in tv o parla senza avere neppure il coraggio di fare il mio nome: vorrei ricordare a chiunque faccia illazioni sul mio conto che non ho preso lavori subito dopo la tragedia, anzi. La mia ditta è fallita: il fatturato è in procura, non dico fandonie. Io, da allora, non ho più vissuto se non dietro l’ombra del sospetto, quello pesantissimo avanzato da alcuni di aver addirittura avuto un ruolo nell’occultamento del cadavere».

Conosceva le polacche di cui recentemente si è parlato?
«Si, le conoscevo così come tante altre. La verità su Serena vogliamo che salti fuori e chi è responsabile della sua morte deve essere assicurato alla legge. Ma io non c’entro nulla e non ritengo sia corretto che qualcuno ancora mi tiri in ballo. Ho dato le me impronte e quelle della mia famiglia senza problemi. Tutti i miei mezzi sono stati sottoposti al luminol dalla squadra di Garofano e persino la mia auto dal meccanico. Cosa altro devo fare?»

Quanto è pesato l’errore giudiziario di Belli? Poteva capitare anche a lei?
«Cero che poteva capitare anche a me. Carmine ne è uscito devastato. Non sono un detective ma non credo che vi sia alcun nesso per potermi implicare in questa situazione. Ho partecipato persino alle ricerche con un amico carabiniere, a seguito della scomparsa (dopo che ci eravamo fatti consegnare la foto di Serena) per poter dare una mano. Dopo questa terribile storia ho perso tutto: famiglia, lavoro, serenità. Sempre per l’ombra che mi ha accompagnato e che mi accompagna ancora oggi».

LA DIFESA – Una vita stravolta. L’appello dell’avvocato Roberto Molle
«Il mio assistito vuole, come tutti, che si arrivi alla verità: chi si è reso responsabile di questo efferato delitto deve pagare per quanto fatto. Ma allo stesso tempo, dopo 17 anni in cui la sua vita è stata stravolta, anche lui chiede che venga chiusa questa vicenda in cui non è stato mai indagato». Un messaggio chiaro, quello dell’avvocato Roberto  Molle che assiste il parente della famiglia Mollicone, tirato in ballo nelle ultime ore da alcuni media.
La questione è chiara e il punto cruciale resta sempre lo stesso: dare un volto alla mano assassina che ha ucciso Serena a soli 18 anni. Lo vogliono con forza gli inquirenti di piazza Labriola, che in modo scrupoloso stanno andando avanti in tutte le direzioni ritenute utili, arrivando persino in Polonia per cercare quelle donne che nel 2001 lavoravano ad Arce e che potrebbero essere a conoscenza della verità. Lo vogliono i perspicaci investigatori della squadra guidata dal colonnello Cagnazzo, impegnati oggi più che mai. Ora che le scadenza temporali impongono di affrettare tutti gli accertamenti: 80 i giorni necessari ad eseguire gli esami sullo scotch per isolare quel frammento di legno utile a raccontare qualcosa di più. Dopo l’affidamento venerdì dell’incarico al Ris, dovrà essere sciolto il nodo principale: se quel frammento di legno individuato sul nastro adesivo che legava la testa della studentessa possa essere compatibile con la porta dell’alloggio della caserma contro cui, stando alle tesi degli inquirenti, Serena sarebbe stata violentemente sbattuta. Oppure se la microtraccia in questione possa appartenere a un’altra tipologia di legno, magari di un bastone: qualcosa comunque in grado di generare lesioni contusive compatibili con quanto scritto dalla dottoressa Cattaneo nella sua relazione.

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