ARCE/Delitto Mollicone – “Me l’hanno torturata”

ARCE – Nessuna caccia alle streghe, nessuna resa dei conti. Ciò che accomuna le storie di Serena Mollicone, Santino Tuzi e Stefano Cucchi è la sete di verità e una ricerca viscerale della giustizia che non deve e non può diventare giustizialismo a tutti i costi.
Ecco perché ieri sera, al “DeLiri caffè bistrot” di Sora, l’incontro organizzato dal Prc-Se con Paolo Ceccano (segretario provinciale del partito) con il segretario cittadino Luigi Pede e il rappresentante nazionale del Prc Maurizio Acerbo, non poteva che affrontare un tema tanto delicato senza passare attraverso la difesa delle forze dell’ordine, analizzando però un nesso fondamentale: il passaggio da giustizia a mala-giustizia. Anzi a tortura.
C’è un continuo rimando tra questi temi, tenuti insieme dalla necessità di difendere le vittime in nome della verità che è sempre e soltanto una, anche se per poterla gridare ci vogliono dieci, a volte quasi vent’anni.
«Serena è stata torturata. I segni, che non sono stati “visti” durante l’autopsia, sono stati invece isolati dalla professoressa Cattaneo al Labanof di Milano. Le avevo promesso che non l’avrebbero più toccata -ha dichiarato Guglielmo Mollicone- Invece quella promessa l’ho infranta. E ho fatto bene. Altrimenti non avrei mai saputo la verità: Serena è stata torturata».
A legare il giallo di Arce al caso Cucchi non è soltanto i luoghi dove avvennero le violenze che hanno portato alla morte della studentessa di Arce e a quella del geometra di Roma arrestato per droga: entrambi, come sta emergendo dalle indagini nel primo caso e dal processo nel secondo, è anche un altro elemento: fu proprio il colonnello Soligo (allora comandante della caserma di Pontecorvo), ora indagato per falso sullo stato di salute di Cucchi nell’inchiesta bis aperta davanti a Roma, ricorda Guglielmo Mollicone, ad ascoltarlo a lungo subito dopo la morte della figlia, annotando tutti i suoi dubbi e le sue ipotesi.
«Ci sono voluti diciassette anni e il coraggio di persone perbene, come il comandante della stazione di Arce e il colonnello Cagnazzo, insieme alla procura, per arrivare alla verità, ormai sempre più vicina. Non è questione di scienza, ma di volontà: dobbiamo distinguere le mele marce dagli uomini in divisa che sacrificano la loro vita per noi -aggiunge Guglielmo -. La morte di Serena trascina con sé non solo quella dei tanti ragazzi che hanno perso la vita per la droga, prima del suo atto di coraggio, ma anche la morta di Santino, il primo che ebbe la forza di dire la verità».
«Mio padre non si è ucciso e ora più che mai bisogna conoscere la verità per Serena, per mio padre che ha avuto il coraggio di denunciare altri carabinieri prima di essere suicidato. Per Stefano e per tutti i cittadini», ha aggiunto Maria Tuzi, dopo aver ripercorso le ultime ore di vita di suo padre prima della tragica scoperta. Comprese le incongruenze e le tracce cancellate che ha sempre denunciato in questi anni.
C’è voluta tutta la forza di papà Guglielmo, di Maria e della sorella di Stefano per sollevare quel “velo di Maya” che oggi sta portando al ribaltamento di ogni verità apparentemente costituita. «Attraverso Stefano vogliamo dare un nome a tutti gli ultimi che non hanno voce – ha detto Ilaria Cucchi in collegamento telefonico -. Perché gli ultimi potremmo essere tutti, nessuno escluso».
«È tortura chiunque la commetta. Non devono esistere isole d’impunità in ogni articolazione dello Stato – le ha fatto eco Acerbo -. Non possiamo che ringraziare persone come Guglielmo, Maria o Ilaria che lottano per la verità oltre ogni singolo caso. Dobbiamo sempre combattere le ingiustizie da qualunque parte arrivino, con o senza divisa».

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