ARCE – Omicidio Mollicone: Una lettera misteriosa per due morti

ARCE – Non è più una suggestione giornalistica. E non sono più soltanto i convincimenti di una famiglia alla ricerca della verità: la morte del brigadiere Santino Tuzi è direttamente collegata all’omicidio di Serena Mollicone. Quel legame con il delitto di Arce era stato messo nero su bianco oltre undici anni fa ed è saltato fuori, da qualche cassetto, dopo tutto questo tempo.
Poco prima della trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, è proprio Maria Tuzi a scoprire dell’esistenza di un documento che rappresenterebbe l’anello di congiunzione tra i due casi: un documento in cui Santino mette nero su bianco il suo stato di agitazione per le pressioni sul posto di lavoro. Pressioni che spesso racconta a sua figlia Maria ma senza spiegarne l’origine.
«Mi raccontava delle pressioni sul lavoro. Di turni di servizio in cui gli veniva chiesto anche altro lavoro, impossibile da svolgere. E di uno stato di ansia. Una volta chiese a me e a mio marito di accompagnarlo al Cobar, per segnalare questa situazione. Poi fu trasferito a Fontana Liri, a pochi mesi della pensione. Prima di essere trovato senza vita – ha dichiarato Maria Tuzi -. Ma non sapevo dell’esistenza di un atto scritto in cui mio padre afferma perché aveva paura. Dichiarava di temere ritorsioni, di essere stato minacciato che sia a lui che a un collega avrebbero messo le manette, che li avrebbero fatti sospendere dal servizio perché “era no a conoscenza di fatti inerenti all’omicidio di Serena Mollicone”, come scritto in quel documento inedito».

Serena Mollicone e Santino Tuzi

«Mio padre è morto per proteggerci, perché sapeva troppo. Continuo a credere che non si sia suicidato. Dopo l’autopsia ci dissero che si era ammazzato per amore. In cuor mio non ci ho creduto ma tanto era il rispetto e il senso di appartenenza all’Arma che ci abbiamo voluto credere. Finché mio figlio, un giorno, mi ha chiesto: quando mi racconti la verità su nonno? È stata questa domanda, tanto innocente quanto dirompente, a darmi la forza di iniziare a cercare la verità. Ora, con questo nuovo documento, c’è il nesso da sempre cercato. Quel nesso messo, allora, nero su bianco da papà».
Il filo doppio tra i due casi era già evidente: Santino è il primo che riferisce della presenza di Serena in caserma pochi mesi prima della sua morte. Prima ancora di sostenere, però, il confronto in procura con i suoi superiori, viene trovato morto nella sua Marea. Troppe le incongruenze rilevate: dai colpi della pistola che non si trovano, alla posizione dell’arma sul sedile. L’ipotesi iniziale di omicidio viene derubricata in suicidio. Poi un nuovo fascicolo per istigazione al suicidio.
Ora i due casi sono affrontati insieme.

Giallo nel giallo
Durante la trasmissione Rai emergono altri elementi inediti, come il giallo sulle dichiarazioni di quella che venne indicata come l’amante del brigadiere: lei nega la sua presenza in caserma. Ma la vicina di casa, sua amica, racconta di una vecchia testimonianza completamente opposta. La sua posizione all’epoca, però, venne archiviata. E ancora, le incongruenze tra quanto dichiarato da Marco Mottola (che insieme all’ex maresciallo e alla madre risultano indagati con i carabinieri Quatrale e Suprano, ma per altre contestazioni per la morte di Serena).
Dopo la consegna dell’informativa finale dell’Arma in procura, Marco ha dichiarato di «conoscere non benissimo Serena».
Eppure papà Guglielmo, accanto a Maria in trasmissione, afferma senza esitazioni: «Si conoscevano, invece! Marco è venuto a casa mia per due mesi per prepararsi in francese. E Serena c’era». E sempre lui, insieme agli altri ragazzi, ha portato a spalla la sua bara come evidenziato dalle immagini mandate in onda. La parola, ora, passa alla procura: attese le richieste del pm.

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