ARCE – Delitto Mollicone, inchiesta chiusa. Il papà: “Siamo vicini alla verità”

ARCE – Dopo 18 anni dalla scomparsa di Serena Mollicone, dopo una mole impressionante di lavoro che ha rischiato più di una volta di finire nel baratro dell’archiviazione, grazie alla forza di papà Guglielmo e alla competenza di inquirenti pronti a tutto, l’inchiesta sulla morte della studentessa di Arce è stata chiusa. La notifica, ieri mattina, dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari ai cinque indagati – Marco Mottola, papà Franco e la madre Rosina; gli ufficiali Quadrale e Suprano – rappresenta il punto di partenza (e non di arrivo) in un’inchiesta che ha coinvolto l’Italia intera, tra depistaggi e l’apertura a nuove impensabili piste. Sono le indicazioni del gip Lanna, per prime, a riassumere l’attività investigativa in cinque punti-chiave, a spingere sulla necessità di riesumare il cadavere di Serena: la chiave di volta di ogni accertamento. E il corpo della diciottenne, trasferito al Labanof di Milano, non ha tradito le aspettative, raccontando quei dettagli che, insieme alla relazione del Ris, hanno blindato la sua morte all’interno della caserma di Arce.

Il lavoro
La procura in questi ultimi anni porta avanti un lavoro pachidermico. La scienza offre strumenti innovativi che isolano addirittura nanoparticelle ma a tracciare la linea ci pensano gli investigatori del colonnello Cagnazzo, coordinati dalla dottoressa Siravo. Il quadro in cui viene posizionato ogni tassello, ovviamente, è indiziario: in base a queste direttrici vengono iscritti nel registro degli indagati oltre a Marco Mottola, al padre Franco (comandante, all’epoca, della Stazione di Arce) e alla madre, anche due ufficiali dell’Arma che per la procura avrebbero potuto “non fare” o “non sentire”. O che avrebbero “non riferito”.

Le accuse
Serena quel 1° giugno del 2001 entra nella caserma di Arce per presentare una denuncia. Viene registrata all’ingresso, viene fatta salire nell’alloggio: gli inquirenti ipotizzano un alterco violento, una discussione nata in quelle stanze, forse con Marco. Da quel momento in poi, nessuna certezza se non quella che Serena sarà una ragazza scomparsa fino al 3 giugno, quando verrà ritrovata cadavere nel bosco dell’Anitrella, impacchettata.
Così iniziano le indagini, i depistaggi, gli errori: Belli, il carrozziere di Arce viene arrestato. Per la procura sarebbe stato
lui ad aver ucciso Serena. Ma la giustizia gli dà ragione: assolto in tre gradi di giudizio nonostante la detenzione e l’onta sociale subita senza motivo. Mentre papà Guglielmo si batte per la verità, nel 2008 il brigadiere Tuzi muore con un colpo d’arma da fuoco prima del confronto in procura, dopo aver indicato per primo la presenza di Serena in caserma nel giorno della sua scomparsa. Viene aperto un fascicolo per omicidio, poi derubricato in suicidio e ancora mutato in istigazione al suicidio. Fino all’accorpamento con quello di Serena.
I lavori vanno avanti senza sosta: nel registro degli indagati oltre a Marco e alla famiglia Mottola (rappresentati dall’avvocato Germani) – chiamati a rispondere di omicidio volontario e inizialmente di occultamento di cadavere – anche gli ufficiali Francesco Suprano (assistito dagli avvocati Rotondi e Germani) a cui si chiede conto di un’ipotesi di favoreggiamento e il luogotenente Vincenzo Quatrale (assistito dagli avvocati Francesco Candido e Paolo D’Arpino), finito nell’inchiesta per l’ipotesi di concorso morale nell’omicidio e di istigazione al suicidio di Tuzi. Ieri nella notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, però, mancava una contestazione iniziale mossa finora ai Mottola. Quella dell’occultamento di cadavere: nessuno crede in una “dimenticanza”. Ora si parte.

L’APPELLO – «Tempo scaduto. Chi sa abbia la coscienza di parlare»
«Ora siamo vicini alla chiusura del cerchio. Finalmente inquirenti capaci hanno messo al primo posto l’amore per la verità. E sono arrivati a questo punto» ha dichiarato papà Guglielmo. «Mi aspetto che chi ha fatto male a Serena finisca in carcere: Belli fu sbattuto in carcere ingiustamente. Ora mi aspetto che venga dimostrato che tutti i cittadini siano davvero uguali davanti alla legge – ha continuato – Spero che il generale Nistri, così come per Cucchi, chieda scusa per la morte di mia figlia: Serena è entrata in caserma per denunciare, come libera cittadina, pronta a fare il suo dovere. Ed è morta in un luogo, stando a quanto stabilito dalla procura, dove i cittadini cercano protezione e giustizia.
In questi venti giorni in cui gli indagati prepareranno le loro “armi” difensive, spero che qualcuno abbia il coraggio e l’eleganza di dire la verità. Il tempo è scaduto e la giustizia chiarirà ogni cosa».

Le difese
Gli avvocati, ora, estrapolate le copie della corposa documentazione in procura inizieranno a mettere a punto la loro strategia difensiva. «Finalmente abbiamo un punto di partenza per dimostrare la nostra estraneità dai fatti» ha commentato l’avvocato Germani, difensore dei Mottola. Anche il loro consulente, il professor Lavorino si è detto pronto a “divorare” gli atti”. «Siamo in attesa di acquisire i documenti, ribadendo l’estraneità del nostro assistito così come abbiamo sempre fatto» ha aggiunto l’avvocato Candido, uno dei difensori di Quatrale.

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