ARCE/DELITTO MOLLICONE – E Serena dovrà aspettare ancora. Ieri in tribunale il colpo di scena, se ne riparla il 15 gennaio. La delusione di papà Guglielmo

ARCE – Quando ha iniziato la difficile battaglia per la verità sulla morte della figlia, diciotto anni fa, Guglielmo Mollicone aveva sicuramente messo in conto di dover indossare “protezioni” che avrebbero permesso al suo cuore di parare i colpi di una lotta contro tutto e tutti.
E anche ieri mattina ha indossato la sua forza più profonda e ha raggiunto piazza Labriola molto presto, ben prima che il tribunale aprisse al pubblico. Quei crampi allo stomaco per l’emozione, che soltanto qualche ora prima erano impensabili, si sono trasformati in un’amarezza indicibile: difetto di notifica. Salta tutto. Udienza rinviata addirittura al 15 gennaio.
La forte emozione di papà Guglielmo si è sciolta in disillusione. Ma non certo in rassegnazione. Il padre-coraggio ha incassato un altro brutto colpo, dopo quello già vissuto durante i funerali di Serena a cui non ha potuto partecipare perché prelevato e condotto in caserma come fosse un indagato (solo dopo si saprà che era per una firma); come quello legato alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta.
Poi ancora la comunicazione che gli organi della figlia erano improvvisamente “scomparsi”, prima che l’anatomopatologa Cattaneo potesse analizzarli.
Ieri l’ultimo impensabile colpo di scena: qualcuno aveva ipotizzato che l’udienza preliminare per i cinque imputati (Franco Mottola, il figlio Marco, la moglie Anna Maria; i due sottufficiali Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano) potesse non esaurirsi in una sola data. Altri erano certi di una decisione in tarda serata. Nessuno, però, aveva immaginato
un mero rinvio tecnico.

L’attesa e la speranza
«Sono tranquillo sebbene provato. Finalmente siamo arrivati alla meta che ci eravamo prefissi da tempo. Penso che sia arrivata l’occasione di dare a Serena la giustizia che merita» ha dichiarato Guglielmo prima dell’ingresso in tribunale.
Uno tra i primi a salire le scale del palazzo di giustizia, a essere sottoposto all’efficiente controllo del sistema di vigilanza. Il suo avvocato, Dario De Santis, era già lì insieme all’avvocato Sandro Salera, legale della sorella di Serena, Consuelo, una delle parti civili: insieme a lei, il fratello Antonio (rappresentato sempre da De Santis); la sorella Armida, rappresentata da Francesca Nardoni; Maria Tuzi, figlia di Santino, con il suo avvocato Elisa Castellucci e l’avvocato dello Stato Maurizio Greco per l’Arma dei carabinieri.
In pochi minuti l’aula gup del tribunale di piazza Labriola ha accolto tutti gli avvocati degli imputati: Francesco Germani con il consulente, il criminologo Carmelo Lavorino, per i Mottola; Francesco Candido e Paolo D’Arpino per Vincenzo Quatrale – assente come pure i Mottola – e, ancora, Eduardo Rotondi ed Emiliano Germani per Francesco Suprano: l’unico che ha deciso di esserci e di incrociare lo sguardo di papà Guglielmo.
Impossibile non notare la presenza anche di Carmine Belli, già finito in quelle aule per il caso Mollicone: arrestato perché ritenuto l’assassino di Serena, assolto nel 2004 a Cassino, poi in appello e in Cassazione. «Volevo esserci» ha commentato Belli prima del processo.
I cronisti vengono allontanati, il processo può iniziare. Le aspettative sono alte, anche da parte degli inquirenti. Fuori dall’aula la trepidazione è palpabile: si attende un’udienza fiume. Invece, poco dopo, la porta si spalanca.
Il gip Di Croce ha già deciso: «Difetto di notifica per una delle parti civili, per la costituzione». È quella di Teresa Lupo, vedova Tuzi. Si rinvia al 15 gennaio 2020.

Guglielmo fuori dall’aula
Guglielmo Mollicone ha lo sguardo diverso: i suoi occhi celesti hanno incassato l’ennesimo colpo. Ma guarda avanti. «Non sono demoralizzato, ma penso agli altri mesi che saranno sacrificati – dice all’uscita dall’aula del tribunale -. Andranno a favore degli imputati, certo. Questa però è la legge. Dobbiamo accettare anche questo, la mia sofferenza aumenta. La presenza dell’Arma dei carabinieri che si è costituita parte civile attraverso l’avvocato dello Stato mi conforta. Vuol dire che ha preso in considerazione l’importante lavoro svolto dalla procura di Cassino, grazie all’impegno dei militari del colonnello Cagnazzo, ritenendo che Serena sia morta in quella caserma, quello che ho ipotizzato 18 anni fa».
Per la prima volta, faccia a faccia con Suprano, accusato di favoreggiamento. «Che effetto mi fa? Penso che lui sia uno dei “mali minori” nella storia di mia figlia, nel senso che sono convinto che abbia avuto un ruolo marginale. Non mi aspettavo la presenza dei Mottola», ha aggiunto in merito alla assenza dell’ex maresciallo e dei suoi congiunti.

Avvocati presi d’assalto
«Sono state depositate le nomine della costituzione di parte civile da parte degli avvocati, però il processo è stato rinviato perché una delle notifiche non è andata a buon fine. Quindi, non essendo presente, è stato necessario aggiornare il processo al prossimo 15 gennaio», ha spiegato l’avvocato Sandro Salera, che rappresenta Consuelo – la sorella di Serena – preso letteralmente d’assalto da cronisti e telecamere. Con grande compostezza si fa strada tra una folla di microfoni. Ad essere risucchiato, poi, è l’avvocato Francesco Germani, legale della famiglia Mottola, che solo quattro giorni prima aveva preso parte alla conferenza stampa indetta da Lavorino, il suo consulente: «Ho subito sentito il maresciallo, gli ho comunicato del rinvio tecnico: ha avuto pazienza per tanti anni, ne avrà ancora».
E sulla possibilità che sia presente il prossimo 15 gennaio dice: «Non lo so, credo di no, vedremo. Questo attiene a una loro scelta e alla loro volontà».
«Ci aspettiamo che venga disposta una perizia per accertare realmente l’ipotesi accusatoria ovvero che la porta della caserma sia la famigerata “arma del delitto” – ha dichiarato il professor Carmelo Lavorino, consulente dei Mottola -. Partiamo, per noi, da un presupposto falso, da un punto di vita logico che ha condizionato tutta l’inchiesta».
«Prendiamo atto della mancata notifica: eravamo in aula, pronti a discutere quanto meno gli aspetti preliminari. Non avevamo alcun motivo per procrastinare l’udienza: non aspettano soltanto le parti offese. Il mio assistito ha fretta che venga fuori la sua estraneità ai fatti contestati: una persona e un militare sempre attento e ligio ai suoi doveri, vuole affrontare la giustizia a testa alta in nome della verità», ha aggiunto l’avvocato Francesco Candido, anche a nome del
collega D’Arpino, in rappresentanza di Vincenzo Quatrale, accusato dell’omicidio di Serena insieme ai Mottola e di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi.

Maria e la sua battaglia
Il primo a indicare la presenza di Serena in caserma è proprio Tuzi: è il brigadiere a dire che Serena è passata in caserma quella mattina del primo giugno 2001, la stessa in cui, a 18 anni, la studentessa diventa una persona scomparsa. Per poi, purtroppo, essere ritrovata cadavere nel bosco dell’Anitrella.
La figlia Maria, che si è battuta affinché la sua morte non restasse legata all’ipotesi di quel suicidio per amore, da lei sempre rinnegato, non poteva mancare. Una lunga battaglia per ribadire che la morte del padre fosse legata all’omicidio di Serena, prima della riunione dei due fascicoli.
«Noi eravamo pronti a iniziare il processo, lo saremo ancor più il 15 gennaio – dichiara Maria, figlia di Santino -. L’attesa è straziante. Ci siamo costituiti parte civile: rappresentiamo mio padre con le sue dichiarazioni. Sono certa che per difendersi proveranno un po’ di tutto, cercheranno di far passare mio padre persino per un bugiardo. Ma chi ha conosciuto mio padre sa che non era un bugiardo e che soprattutto non avrebbe accusato persone innocenti, se erano innocenti».

Carmela Di Domenico

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