ARCE – Delitto Mollicone. Consulenti accanto a Guglielmo «Il vero protagonista è solo lui». La criminologa Volpini, nel team con il generale Garofano, fa il punto

ARCE – La battaglia per la verità sulla morte di Serena non conosce pause. Accanto a Guglielmo, che resta ricoverato a Frosinone dopo il malore che lo ha colpito nelle scorse settimane, ci sono anche i suoi consulenti: la psicologa giuridica forense, criminologa e psicoterapeuta nonché docente di Psicologia sociale forense (Università degli Studi di Roma “Unitelma Sapienza”) Laura Volpini, e il generale Luciano Garofano, già comandante del Ris di Parma.

Professionisti che negli anni sono diventati molto più di “semplici” consulenti della difesa, rappresentata dall’avvocato De Santis. La dottoressa Volpini e il generale Garofano hanno serrato i ranghi e sono scesi in campo, accanto a papà Guglielmo. Ne parliamo con la dottoressa Volpini.

 

Quanto è stato importante nella riapertura del caso di Serena, vicino all’archiviazione, il contributo dell’approccio tecnico-scientifico da voi apportato come consulenti della difesa di papà Guglielmo?

«Devo esprimere innanzitutto la mia sentita vicinanza ad Antonio Mollicone, zio di Serena e a tutti i suoi familiari, per il difficile momento che stanno attraversando per le gravi condizioni di Guglielmo. Prima dell’apporto tecnico-scientifico, è stato proprio lui che dal momento dell’omicidio a oggi si è sempre battuto per avere giustizia per sua figlia, convinto che Serena fosse morta nella caserma di Arce. Il vero protagonista che non ha mai permesso che si abbassasse l’attenzione sulla morte di Serena è innegabilmente lui. Sono note le sue lunghe e dettagliate interviste televisive di denuncia e di accusa a coloro che oggi sono gli imputati di questo processo. Anche per tutto questo, ci auguriamo che papà Guglielmo possa presto ritornare in campo. Quanto alle indagini scientifiche, certamente il generale Garofano potrà ben illustrare la sua attività a supporto dell’opposizione dell’archiviazione del caso. Il mio ruolo, sempre come consulente di parte civile, è stato quello di partecipare alle indagini difensive, analizzando il fascicolo delle indagini che si sono succedute dal 2001 a oggi, ricostruendo la personalità di Serena, le sue abitudini, i suoi valori, la sua vita e il suo ultimo giorno di vita, attraverso la testimonianza di amiche e compagne di classe».

 

Serena ha pagato con la vita il coraggio delle sue idee. Voleva combattere un sistema di spaccio che ad Arce aveva già fatto contare troppe vittime. Come avete focalizzato la figura di Serena ragazzina, con il suo immenso amore per gli animali e la fede nella giustizia?

«Serena era una ragazza studiosa, la più brava della classe, così l’hanno definita le sue compagne di scuola di allora. Serena aveva una spiccata propensione per gli altri e per i problemi sociali: le amiche raccontano di lei che si fermava a parlare con coloro che avevano evidenti problemi con la droga e che erano già di fatto emarginati. Serena non sopportava

che i suoi coetanei potessero rischiare la vita nell’indifferenza di tutti e forse di coloro che erano preposti al contrasto dello spaccio».

 

Papà Guglielmo ha sempre indicato la direzione giusta in cui guardare. Perché aspettare tutti questi anni?

«Perché papà Guglielmo aveva delle convinzioni che dovevano agganciarsi a prove o a gravi indizi. La svolta c’è stata quando Guglielmo ha accettato di far riesumare la salma. Questo ha permesso di analizzare la compatibilità del cranio con l’impronta nella porta dell’abitazione della caserma dell’allora comandante Mottola».

 

Cosa pensate del fatto, parimenti, che la famiglia Mottola – principali sospettati per la morte della studentessa – abbia atteso 18 anni per voler parlare attraverso la sua difesa?

«Credo che adesso che hanno un’imputazione abbiano cominciato a difendersi con i loro legali. In precedenza hanno preferito la strada del silenzio. Sono scelte personali».

 

Santino Tuzi, una figura-chiave nel delitto Mollicone. Per troppo tempo anche gli inquirenti hanno cercato di tenere separati i casi. Poi è stato impossibile. Perché questa scelta di campo?

«La morte di Santino Tuzi è stata classificata come un suicidio. In realtà analizzando le sommarie informazioni che aveva reso poco prima della morte, è evidente una sua ambivalenza dettata forse dalle scomode verità legate alla morte della povera ragazza».

 

Quanto accaduto a Carmine Belli lascia, però, un dubbio. Voi siete certi oltre ogni ragionevole dubbio che la strada percorsa adesso sia proprio quella giusta?

«Direi che su Carmine Belli, che ha subito ingiustamente tre gradi di giudizio, non ci siano più dubbi. La strada giusta la stanno definendo gli inquirenti prima e da gennaio la valuteranno i giudici. Noi, come esperti di parte civile siamo pronti a dare il nostro contributo al dibattimento per Serena, per la famiglia e per il caro papà Guglielmo».

 

Carmela Di Domenico

Share Button