ARCE – L’innocenza chiusa in due lettere. Per la prima volta a diciannove anni dall’omicidio di Serena parlano i Mottola. Mercoledì l’udienza. Il padre Franco e il figlio Marco respingono le accuse ma non rispondono alle domande. Nuove testimonianze per la difesa

ARCE – Non hanno risposto alle domande della stampa, asserragliati nella fortezza di un agguerrito pool difensivo. Quasi impermeabili.

Maglioncino bon ton nero e camicetta monocolore con punte dentro allo scollo, Marco; colletto bianco inamidato, vestito blu rigoroso e cravatta in tinta, dai riflessi viola, il padre Franco.

Così come deciso dalla linea difensiva, entrambi si sono limitati a leggere alcune righe concordate con cui hanno respinto le accuse.

Ogni accusa: quella terribile di aver ucciso Serena. Ma anche quella di aver in qualche modo contribuito alla morte di Santino.

Per la prima volta, però, ci hanno messo la faccia: occhi aperti davanti alle stesse telecamere che li hanno inseguiti per capire. Per cercare di eliminare dubbi e incongruenze di un delitto ancora pieno di ombre. Nella sala dell’hotel Rocca di Cassino, tutti i media nazionali. Dall’inviata delle Iene all’Adnkronos, da “Quarto Grado” a “Chi l’ha visto?” passando per le maggiori testate giornalistiche. Tutti pronti a strappare ai Mottola una dichiarazione, tutti increduli dell’impossibilità di parlare con loro. E non sono mancati momenti di tensione.

La difesa, con l’avvocato Francesco Germani, era al completo: con lui il criminologo Carmelo Lavorino, il medico legale Antonio Della Valle e lo psicologo Enrico Delli Compagni. Ognuno, per le proprie competenze, ha affrontato alcuni aspetti del caso che mercoledì finirà davanti al gup. Lo stesso per cui restano imputati i Mottola (padre, madre e figlio), Quatrale e Suprano. Ma nessuno ha inteso chiarire i numerosi punti che ancora restano sospesi.

«Abbiamo fiducia nella giustizia, per il resto parleremo solo con i giudici» ribadisce Marco Mottola.

 

I Mottola si difendono

«Respingo e respingiamo ogni accusa. So che siamo totalmente innocenti per la morte di Serena e per ogni azione criminale a lei legata e non sappiamo nulla. Se Serena realmente doveva andare a parlare con mio figlio, non c’era bisogno che si facesse vedere dal Piantone della caserma: poteva citofonare direttamente all’alloggio, avendo lo stesso un ingresso indipendente. Non c’era bisogno che suonasse in caserma. Inoltre, chi collega la morte di Santino al confronto con me in procura dice una sciocchezza enorme perché né io né il mio difensore sapevamo del confronto. Per il resto, parleremo con i giudici. Ci auguriamo che vengano scoperti l’assassino di Serena ed eventuali complici. Ci siamo chiusi a riccio da quando ci siamo resi conto che eravamo oggetto di facili accuse, sospetti e dicerie» ha detto l’ex maresciallo Mottola, leggendo il foglio appena tirato fuori dal completo blu.

«Non so nulla sulla morte di Serena Mollicone, respingo ogni accusa. La mattina del 1°giugno non l’ho vista né in caserma né in altre parti: non è venuta a cercarmi mai in caserma, il brigadiere Santino Tuzi non mi ha telefonato. Si sbaglia o dice una menzogna quando afferma di aver parlato con me. Preciso che ero presente al funerale di Serena. In vita mia ho commesso degli errori e ho dato molti problemi alla mia famiglia e a mio padre. E ho chiesto loro scusa, come è giusto che sia. Abbiamo fiducia nella giustizia».

 

Le prove

«Nelle carte dell’accusa c’è già la prova provata che i Mottola sono innocenti» afferma Germani, facendo riferimento ad alcune testimonianze (nella faretra della difesa) che potrebbero rimescolare orari e posti, compresa la presenza di Marco in piazza alle 11.30. Testimonianze inedite, che verranno tirate fuori eventualmente solo in sede processuale.

«I Mottola si vogliono sottoporre al processo, non fuggono. Saranno presenti anche mercoledì e, nel caso di un rinvio a giudizio, non si avvarranno della facoltà di non rispondere alle domande» ha sottolineato il criminologo Carmelo Lavorino, coordinatore della difesa dei Mottola. Ma oltre alle testimonianze inedite, sullo sfondo resta anche un altro aspetto finora poco considerato: le pressioni subite da Tuzi non da parte dell’ex maresciallo bensì durante le escussioni da parte degli stessi psicologi e professionisti dell’Arma. Tuzi potrebbe essere stato “torchiato” anche mentre riferiva ciò di cui era a conoscenza? E messo nell’impossibilità di parlare? Gli altri dati – le impronte, il pugno sulla porta, gli aspetti medico-legali – sono stati ripercorsi ancora una volta. Una strada che ha portato dalla confutazione della tesi dell’arma del delitto (porta) all’alta compatibilità (che non indica l’assoluta corrispondenza) di alcuni aspetti nella relazione della Cattaneo; dall’autopsia psicologica della morte di Tuzi ad alcune linee investigative – come la stessa presenza del brigadiere in caserma – nella giornata in cui Serena diventava una ragazza scomparsa. Poi, purtroppo, uno dei casi più difficili – non solo da un punto investigativo – del – l’ultimo ventennio.

Per la procura il delitto avvenne in caserma, per il pool della difesa no: un punto cruciale nell’intera ricostruzione. La battaglia sarà una battaglia di consulenze. Inevitabile pensare a Guglielmo –ancora ricoverato – e alla sua lunghissima guerra per arrivare al punto in cui siamo ora. Mercoledì tutti in aula.

 

Carmela Di Domenico

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