ARCE – Serena, i dubbi della Cattaneo. Durante l’ultima udienza viene acquisita un’integrazione dell’anatomopatologa che ha già analizzato il cadavere. Cruciale il punto d’impatto sulla porta in caserma. La figura chiave resta Tuzi: il 14 marzo un seminario di Lavorino

ARCE – Integrazioni e precisazioni. Il caso legato alla morte di Serena non sembra poter essere imbrigliato negli schemi di una “normale” dialettica giudiziaria. Non è stato così sin dall’inizio. Da quell’apertura di un’inchiesta per la scomparsa di una studentessa di diciotto anni, trovata poi senza vita nel bosco dell’Anitrella, mani e piedi legati dallo scotch e con un sacchetto sulla testa. Con l’arresto di un carrozziere poi scagionato nei tre gradi di giudizio fino alla morte di Tuzi, fascicolo a lungo tenuto disgiunto dall’omicidio Mollicone. Poi riunito nelle mani della dottoressa Siravo.
Mercoledì durante l’udienza straordinaria, con i pm Siravo e Fusco a ripercorrere ogni passaggio di questo lungo mistero, è arrivata l’integrazione sulla dinamica dell’omicidio da parte della dottoressa Cristina Cattaneo, l’anatomopatologa che ha permesso al cadavere di Serena, riesumato dopo tanti anni, di “parlare”; di raccontare elementi mai visti prima.
E non solo perché 19 anni fa le tecniche utilizzate per isolare tracce e microframmenti erano impensabili: la volontà degli inquirenti, del colonnello Imbratta e del colonnello Cagnazzo, ha segnato il cambio di passo. E la procura ha indicato nella caserma di Arce il luogo dove sarebbe avvenuto il delitto. Mentre il pm Siravo chiedeva il rinvio a giudizio per i Mottola (l’ex maresciallo, la moglie e il figlio), per Quatrale e Suprano, è stata acquisita l’integrazione della Cattaneo: un approfondimento ritenuto necessario.
Secondo i beninformati, cruciale l’analisi della porta dell’alloggio (ritenuta dall’accusa l’arma del delitto) contro cui Serena sarebbe stata scaraventata, forse dopo un litigio. Per la difesa dei Mottola, la porta non potrebbe essere considerata l’arma del delitto in virtù dell’altezza di Serena e dell’aspetto cinetico che avrebbe spostato il punto d’impatto.
Per la procura, invece, il contrario: sia il movimento che gli scarponcini indossati dalla vittima avrebbero colmato il “gap”. Nell’integrazione, ora, tutte le valutazioni della Cattaneo.
Centrale resta anche la figura di Santino Tuzi. È Santino, il brigadiere morto nel 2008, a rappresentare ancora per accusa e difesa la chiave per accedere alla verità sulla morte di Serena. Una figura tanto importante da finire al centro di un seminario annunciato dal professor Lavorino – coordinatore del team della difesa dei Mottola, rappresentati dall’avvocato Germani – il 14 marzo, giorno successivo alla prossima udienza dal gup. 
Per l’avvocato Elisa Castellucci (legale di Maria Tuzi) che ha preso la parola subito dopo il pm Siravo, la dichiarazione del brigadiere – che per primo indica la presenza di Serena in caserma nel giorno della sua scomparsa – è da ritenersi «veritiera».
Nella consulenza della dottoressa Sara Cordella, grafologa, consulente della difesa Tuzi, viene inoltre ribadito come Santino – le cui impronte digitali erano state confrontate con i reperti biologici e dattiloscopici trovati sul corpo di Serena, con esito negativo – non «sia mai stato indagato e non sia lui l’imputato». 
Per la difesa di Tuzi vi sarebbero almeno quattro elementi indiziari (e non prove) da analizzare ancora: le ritrattazioni della barista del bar della Valle, le dichiarazioni dell’amante di Tuzi sulla presenza di Serena, persino un’intercettazione (relativa allo scotch) di un dipendente di un’azienda della famiglia dei Mottola, che poi non ha trovato alcun riscontro della procura.
Nel seminario del professor Lavorino, invece, dal titolo “Decesso del brigadiere Tuzi: omicidio o suicidio?” verranno valutati tutti gli aspetti del caso attraverso l’analisi criminalistica partendo dalle tracce sulla scena del crimine «senza trattare quelli psicologici, situazionali o d’investigazione» spiega il professor Lavorino. Che aggiunge: «E nemmeno si parlerà di analisi non dimostrate».
 
Carmela Di Domenico
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