Delitto Mollicone: un giallo nel giallo – Dopo le ventilate voci dell’archiviazione del caso

Il 1° giugno del 2001 è una data che in pochi possono dimenticare, almeno nel nostro paese. Oserei anzi affermare che nessun arcese, a nominare questo giorno, riesce a trattenere un brivido. Quel giorno, infatti, si sparse rapidamente in paese la voce che Serena Mollicone, la figlia del maestro Guglielmo, era scomparsa. Nonostante per la legge prima di 48 ore non si può ufficialmente dichiarare la scomparsa di una persona le ricerche iniziarono per culminare, purtroppo, due giorni dopo, esattamente nella tarda mattinata di domenica 3 giugno, con il rinvenimento del corpo della giovane nascosto fra vecchie lavatrici e rovi nel boschetto di Fontecupa presso la diga di Anitrella, a pochi km da Arce. Immediatamente si mobilitarono le forze dell’ordine con repertamento di eventuali prove e ricerche di testimonianze che potessero portare a chi aveva compiuto quell’efferato delitto. Serena, da una prima analisi, era stata colpita alla testa e, in un secondo momento, era stata incappucciata con una busta di plastica, legata mani e piedi con la tecnica dell’incaprettamento e gettata tra le sterpaglie. Chi ama i gialli e segue le cronache giudiziarie sa che le prime ore dalla scoperta di un omicidio sono quelle fondamentali per giungere all’arresto dell’assassino. Ed è proprio in queste ore che si evincono le prime lacune, emergono i primi dubbi e, soprattutto, spuntano domande che resteranno, a quanto pare, senza un perché. Andiamo con ordine e ricostruiamo quanto dovrebbe essere accaduto: la mattina di venerdì, primo giorno del mese di giugno, Serena esce per fare un’ortopanoramica, si reca a Isola Liri, dove sarebbe stata vista in un bar con delle amiche, poi più nessuna certezza. Un autista del cotral testimoniò di averla fatta salire sul proprio mezzo per tornare verso Arce, una maestra testimoniò di averla vista al mercato settimanale in tarda mattinata ma Serena a casa non fece più ritorno e nessuno la vide più fino alla domenica successiva. Altra cosa strana di quelle ore è che la zona boscosa dove sarà poi ritrovata era stata battuta da amici e parenti nella giornata di sabato il che significa che il corpo esanime è stato portato lì in un momento successivo alla morte. A riprova di questo fatto saranno, poi, anche le risultanze dell’esame autoptico eseguito dalla dottoressa Antonella Conticelli. Il corpo di Serena fu rinvenuto con il volto a terra ma dagli accertamenti del medico legale furono rilevate macchie ipostatiche lungo la schiena il che significa, in parole semplici, che dopo la morte il corpo è stato lasciato disteso supino per diverso tempo e quindi il sangue presente all’interno dei vasi si è depositato lungo la schiena dove si è rappreso formando dei lividi. Non solo: pare che gli abiti indossati da Serena al momento del ritrovamento non corrispondano a quelli che aveva quando è stata vista l’ultima volta. Altro dato sconcertante, emerso sempre dalle analisi della dottoressa Conticelli, è che purtroppo a determinare la morte di Serena non è stato il colpo inferto alla testa ma il soffocamento provocato dal sacchetto di plastica posto a coprirne il capo e legato all’altezza del collo con del nastro adesivo. Da questo particolare si deduce che, probabilmente, il delitto va catalogato come “passionale” nel senso che chi ha colpito Serena non lo ha fatto con premeditazione ma d’impulso e, preso dal panico, senza rendersi conto che la giovane donna era ancora viva ha pensato solo a come occultarne il corpo e sviare i sospetti dalla propria persona. Questo tassello è importante e vedremo fra poco perché. Iniziano le indagini, chi più chi meno gli arcesi vengono coinvolti dai carabinieri della locale stazione e da quelli di Pontecorvo alla ricerca di possibili testimonianze. Si fa strada fra gli inquirenti la possibilità che a colpire Serena sia stato suo padre Guglielmo e, quasi a voler confermare questa ipotesi il maestro viene prelevato nel corso della veglia funebre e trattenuto per ore nella Procura della Repubblica di Cassino. O meglio in un corridoio della Procura come si saprà poi. Nel frattempo agenti in borghese e telecamere nascoste filmano tutti i presenti alla veglia, i media si scatenano e tutti, a vario titolo, dicono la loro su quanto può essere accaduto, su chi possa aver compiuto tale deprecabile gesto. Ci fu chi, come l’allora parroco don Antonio Sacchetti, sostenne che l’assassino non poteva essere di Arce, doveva essere venuto da fuori, chi giurava e spergiurava di aver visto Serena litigare con un ragazzo biondo nei pressi di un bar poco distante dal luogo dove fu poi ritrovata, chi diceva di averla vista salire su una vettura rossa, che sarà cercata per settimane e chi, come la mano che scrive, sostenne dal primo minuto che non poteva in alcun modo essere stato Guglielmo a uccidere Serena. Al di là della stima e dell’affetto decennale che lega me, come molti altri, altri maestro Gugliemo, c’è quanto si diceva in principio: chi ha ucciso Serena lo ha fatto quasi certamente senza una reale intenzione di farlo. Ma ripeto oggi una domanda che feci allora: ammesso che tra genitori e figli un litigio può sempre esserci, per quanto bene ci si voglia, e ammesso che un genitore, in un momento di rabbia, possa dare un ceffone alla propria figlia, vedendola battere il capo a uno spigolo o a un qualsivoglia altro oggetto la reazione istintiva è di soccorrere la propria creatura o di farne sparire il corpo?  La pista familiare di lì a poco fu, giustamente, abbandonata. Ma quella percorsa inseguito non ebbe certo maggior successo. Nelle indagini furono coinvolti, a distanza di settimane e vista la scarsa capacità, non se ne abbiano a male, dei nostri carabinieri nell’indagare su un avvenimento così complesso, gli uomini della Polizia di Stato e in particolare gli specialisti dell’Unità analisi crimini violenti, più conosciuta come Uacv. Inizia un percorso che vede, passo dopo passo, crescere la speranza di trovare un assassino, di capire perché Serena è stata uccisa fin quando, il 6 febbraio 2003 viene arrestato Carmine Belli. Sembrano esserci prove schiaccianti contro il trentaseienne carrozziere di Roccadarce: l’uso di buste e nastro adesivo compatibili con quelli utilizzati per coprire e legare Serena, un tagliando con un appuntamento registrato dallo stesso dentista frequentato dalla giovane e tanti altri dettagli, primi fra i quali le molte contraddizioni nelle quali cadrà Carmine durante i numerosi interrogatori subiti in quel periodo,  che non lasciano adito a dubbi tra gli inquirenti tanto da emettere un provvedimento di fermo e portare l’uomo in giudizio. L’accusa, sostenuta dai Pubblici Ministeri Arcuri e Morra, crollerà in Corte d’Assise il 6 luglio del 2004. L’assoluzione per mancanza di prove (ben diversa dalla formula “assolto per non aver commesso il fatto”) lascerà l’amaro in bocca a molti, soprattutto ai familiari, che ancora una volta vedranno sfumare la possibilità di scrivere la parola fine a questa triste vicenda. Molte altre cose avvengono in questi anni, molti dubbi e sospetti aleggiano, molte altre piste vengono tastate ed anche suggerite, con tutta l’umiltà del caso, dai cronisti locali e non solo. C’è chi ha sostenuto che a uccidere Serena sarebbe stato un noto scrittore romano, chi addirittura aveva paventato la presenza di satanisti e in quel contesto aveva collocatola morte di Serena, e chi, un po’ più modestamente, dalle pagine del Corriere del Sud Lazio, settimana dopo settimana, aveva provato a mettere insieme voci, sospetti, giri loschi più o meno conosciuti fino a delineare un quadro in cui andava ad incastrarsi, come l’ultimo pezzo di un brutto puzzle, la morte di una ragazzina di diciotto anni. Ebbene si, voglio prendermi questo merito perché se una bella mattina sono stata buttata giù dal letto dai carabinieri che volevano copia di tutti i miei articoli, volevano sapere quando e da chi ero venuta a conoscenza di alcuni particolari riportati nei pezzi pubblicati evidentemente il mio lavoro non è stato tutto sbagliato. Pecco di presunzione in questo momento, ma sapere che hai ipotizzato una pista valida e che proprio in quella direzione stanno riprendendo vita indagini che ti hanno tenuta col fiato sospeso per anni…beh, qualche soddisfazione la da! Il quadro che ipotizzai in quella serie di scritti vedeva un giro malavitoso che coinvolgeva diversi personaggi di spicco della nostra comunità e non solo, festini a luci rosse con uso di droghe e presenza di ragazze giovani se non addirittura minorenni. L’idea che mi ero fatta era che in qualche modo Serena fosse venuta a conoscenza di questi “giri” e che forse qualcuno, a lei vicino, avesse cercato di coinvolgerla ma, al suo rifiuto, in una lite furiosa, l’avesse colpita per poi cercare aiuto altrove e salvarsi dall’accusa di omicidio. Ecco, quindi, che si spiegherebbero le tante incongruenze dei primi giorni di indagini: il corpo che compare proprio dove era stato cercato il giorno prima, il cellulare scomparso che ricompare in casa il giorno del funerale, la bustina di droga spuntata in un cassetto rivoltato più volte da carabinieri e familiari oltre venti giorni dopo la morte della ragazza, l’ostinazione ad allontanare le indagini dall’unico luogo dove, invece, si sarebbero dovute concentrare: Arce. Ho aspettato con ansia, dopo quella mattinata passata a parlare, ricordare e fotocopiare, che qualcuno mi dicesse “siamo arrivati alla fine, abbiamo arrestato l’assassino di Serena”. E invece…sono passati altri 4 anni, il lavoro dei carabinieri guidati dal maresciallo Evangelista è proseguito lento, minuzioso e silenzioso fino a quando qualche settimana fa mi è giunta voce che il fascicolo era stato consegnato al magistrato e che ormai mancava davvero poco a quel fermo che tutti stavamo aspettando. E invece no, un’alzata di spalle nelle ultime ore mi ha confermato che ancora una volta la giustizia non farà il suo corso e le indagini nei prossimi giorni saranno archiviate senza dare un  nome al colpevole, senza diradare la nebbia del sospetto e, peggio ancora, senza dare pace a Guglielmo e Consuelo come a tutti i familiari di una giovane vita atrocemente spezzata. Per otto anni e mezzo abbiamo aspettato e sperato ma, evidentemente, come dicevo tanti anni fa sul Corriere del Sud Lazio, ci sono poteri che non vogliono che giustizia sia fatta, quegli stessi poteri che fecero si di incastrare a metà Belli, quegli stessi poteri che lo vollero tirar fuori dai guai nella speranza che le indagini morissero con l’assoluzione del carrozziere. Quindi il punto adesso lo mettiamo ma con rammarico e nel peggiore dei modi.

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