Il Patrono – La storia

Leggendario è quindi il nostro Eleuterio, le varie versioni della sua vita sono state tutte tramandate oralmente nel corso dei secoli e qualche volta ci appaiono contraddittorie perché arricchite da una buona dose di fantasia popolare. Nessun documento, infatti, esiste per fissare l’epoca in cui egli sia vissuto.

Quella precedentemente narrata è una delle versioni della vita.  È probabile che al Santo Pellegrino – sconosciuto agli arcesi  – sia stato attribuito il nome Eleuterio traendolo, forse dalla località ove fu rinvenuto il suo corpo: sappiamo infatti, che nella zona vi era una villa di Quinto Cicerone denominata «Laterium». Nel dialetto arcese il nome del Santo viene pronunziato «Lautèrie», che appare foneticamente molto vicino al  termine «Laterium».

Le scarse notizie storiche fanno collocare l’origine del culto nella seconda metà del XVI secolo. Il primo accenno relativo all’esistenza del santuario risale al 1564, quando tutte le chiese della diocesi d’Aquino (di cui il nostro paese faceva parte) furono tassate per l’erezione del seminario. In tale occasione il santuario fu esentato dal pagamento perché in costruzione. La data  d’ultimazione dei lavori potrebbe essere 1582 incisa sul portale. Della fine del XVI secolo sono anche le raffigurazioni pittoriche note. In tutte Sant’Eleuterio è riconoscibile dall’abito di pellegrino che indossa, dai due cani alla catena e dal groviglio di serpenti ai suoi piedi: motivi questi che caratterizzano tutte le altre immagini fino ai giorni nostri. Il documento iconografico più antico è databile intorno al 1590 riguarda un’opera attribuita a Marco Mazzaroppi  ed è visibile in copia nel santuario; di un decennio successivo è il dipinto custodito a Ferentino nella chiesa extra moenia di S. Maria delle Grazie più nota come San Rocco; la terza tela è quella posta sull’altare dedicato al Santo nella chiesa parrocchiale, essa risale alla prima metà del XVIII secolo. In entrambe le tele arcesi si nota, alle spalle del Santo, un paesaggio nel quale emergono elementi architettonici effettivamente presenti nell’area del santuario. Se nella prima è visibile un nucleo abitato, nell’altra sono ben evidenti i luoghi canonici del Santo: il ponte sul Liri e la torre di Campolato. Quest’ultima ben visibile in un foglio devozionale della fine del XVII secolo. Attualmente sono note tre statue del Santo: una lignea risalente al 1830 circa, conservata nella cattedrale di Aquino;  due in cartapesta rispettivamente custodite  presso il santuario e la parrocchiale di Arce.

Altre due icone che rappresentano il Santo si trovano nella chiesa parrocchiale di Arce, infatti, ai lati dell’altare del Sacro Cuore vi sono due stucchi a rilievo, il primo a sinistra si suppone rappresenti l’arrivo di S. Eleuterio a Gerusalemme, è ben visibile la mezza luna, simbolo dell’ISLAM, una torre alle spalle, la sua casa, il mare e le mura della città Santa,  il secondo a destra la sua morte, qui si vede il nostro Santo accolto dagli angeli in paradiso.

La devozione per S. Eleuterio è rivolta essenzialmente alla protezione e alla guarigione dai morsi di cani e di serpenti. Intorno alla sua figura taumaturgica, proprio perché relativamente «recente» sono confluiti non soltanto rituali e usanze ma anche  espressioni e modi di dire già presenti per altri Santi con analogo patronato ma di più antica venerazione. Comunque a tutte le leggende è comune la circostanza del rinvenimento del cilicio in ferro indosso al pellegrino. Fuso in epoca imprecisata, se ne ricavarono due chiavi: una rivestita d’argento, rimase ad Arce, l’altra fu destinata alla sede vescovile d’Aquino, in seguito vedremo l’esistenza di altre chiavi non citate nella tradizione arcese ma comunque riferite al culto del nostro S. Eleuterio.

Per quanto riguarda i modi di dire legati al Santo ne riportiamo alcuni dei più comuni: «N’n vid’ la serpa e ‘nvoche Sant’ Lautèrie» si usa rivolgendosi a chi si spaventa prima di un pericolo reale mentre «Và a bacia la chiav’ d’ Sant’ Lautèrie» si usa con chiunque dimostri una fame «arrabiata».

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